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spettatore riflessioni su cinema e letteratura
MIRACOLO A LE HAVRE: IL GIARDINO DEI CILIEGI
post pubblicato in CINEMA ED ETICA, il 27 novembre 2011

<i>Miracolo a Le Havre</i>

 

Quale vita è possibile per chi è condannato da una malattia incurabile? Dare uno risposta è dovere di chi è convinto della dignità della condizione umana, qualunque essa sia, e per questo Aki Kaurismäki in “Miracolo a Le Havre” lo fa a modo suo:  per  essere al di sopra delle iniquità,  siano esse determinate dalla società o dal caso, bisogna credere nei miracoli, cosi la pensano i suoi “miserabili” e  in base a tale certezza agiscono. Perché il prodigio si verifichi, e’ necessario aver fede non in un Dio munifico, bensì nel valore  del proprio essere al mondo come esseri coscienti e liberi di scegliere.

 Senza un susseguirsi di eventi inaspettati al limite dell’inverosimile, la storia del piccolo clandestino Idrissa( Blondin Miguel), che deve raggiungere la madre a Londra, del piccolo esercito di poveri diavoli che lo aiuta, e di  Arletty ( Kati Outinen), ammalata di tumore,  sarebbe conclusa ancora prima d’iniziare, confondendosi nella tragedia di migliaia di vicende anonime: avviene ogni giorno sulle coste del Vecchio Continente,  i clandestini vengono respinti o fuggendo si perdono,  i poveri d’Europa non sono affatto solidali; e infine  il cancro allo stadio terminale non perdona nessuno.  L’autore finlandese non occulta tali realtà, eppure, da delicato illusionista, vi stende sopra un velo di colori tenui e di buoni sentimenti: cambiando la luce, le cose si vedono sotto un'altra prospettiva.  Per prima cosa dà ai personaggi una fisionomia romanticamente anacronistica immergendoli in un'altra epoca: Marcel Marx( Andrè Wilms)  dopo aver fatto il bohemien a Parigi ora fa il lustrascarpe, sua moglie Arletty lo sostiene devotamente, fino a quando non scopre di essere  ammalata; nel quartiere povero di botteghe e bar d’infimo ordine dove vivono si respira un’aria pittoresca di anni lontani, quando i centri commerciali e le grigie periferie erano di là da venire, le persone si conoscevano e si sostenevano a vicenda; e ogni nome, ogni personaggio, il poliziotto, il cantante rock, sua moglie Mimi, evocano un altrove, dove l’arte, il cinema e il pensiero si contrappongono a un vero senza sbocchi per chi è nato fra gli “ultimi”. Colui che prende l’iniziativa per salvare Idrisse porta infatti il cognome di Marx, il filosofo che  ha immaginato per l’umanità liberata dalle diseguaglianze un domani, in cui alla mattina si andrà a caccia, il pomeriggio si pescherà, la sera si alleverà il bestiame e dopo pranzo si farà il critico. Più che una favola  dunque l’aspirazione umanistica a un mondo etico verosimile, forse già esistito da qualche parte o perlomeno immaginato, e dunque da recuperare. Nel giardino spoglio di Arletty e Marcel sboccia all’improvviso un ciliegio e l’esistenza all’ombra di un giardino dei ciliegi somiglia a una pièce.

 

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CUORE: il ciliegio

 

PERCORSI CULTURALI  PER CUI PUO' ESSERE UTILIZZATO:  la poetica della contestazione-La sopravvivenza dell’umanesimo nella cultura contemporanea-utopia e distopia- la metropoli contemporanea fra decadenza e rinascita-La riabiltazione del pitocco e la sua funzione catartica.

 

STELLE( il punto di vista prevalente della critica italiana): *****delicato, poetico, umoristico, persino ottimistico lo sguardo su un mondo di disperato capaci di solidarietà.

 

VOTO/BILANCIO: 8

Criteri  soggettivi di valutazione

 Voci: 1-originalità di situazioni, visione del mondo e chiarezza/lucidità nell’esprimerla: 7

         2-  stile di regia, interpreti: 9

         3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 8

Per trama, trailer, galleria di immagini, scheda tecnica e galleria di opinionisti competenti:  www.filmtv.it

 




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ANONYMOUS: TANTO RUMORE PER NULLA
post pubblicato in CINEMA E BIOGRAFIE, il 20 novembre 2011

<i>Anonymous</i>

 

Destino dei padri fondatori della letteratura, a partire da Omero, è quello di diventare “anonimi” rispetto alle loro opere, nella quali trovano riflesso epoche e civiltà intere: le tracce dell’autore dell’”Odissea”,  ammesso che di uno solo si tratti, si sono perse nella notte dei tempi, la questione dell’identità di Shakespeare è meno problematica. Conosciamo infatti il dove e il quando: siamo nella Londra del XVII secolo, periodo elisabettiano,  nella quale un geniale verseggiatore faceva rappresentare in un teatro affollato, a due passi dalla corte e dai palazzi dei potenti,  drammi e commedie che quel medesimo potere smascheravano e sbeffeggiavano.  Chi era costui? Da quando nel Settecento si cominciò a dubitare che si trattasse di un ragazzo  di Statford incolto e di umili origini, si fecero  innumerevoli ipotesi per sottrarre all’animale da palcoscenico che aveva composto“Giulietta e Romeo” la paternità dei suoi capolavori. Emmerich e lo sceneggiatore Orloff sposano la teoria dei cosiddetti “oxfordiani” ossia di chi sostiene che il Bardo fosse uno che l’aria inquinata delle regge l’ aveva respirata fin da ragazzo Edward de Vere, conte di Oxford ( Rhys Ifans). Viene da domandarsi il motivo per cui un regista di solito impegnato in film catastrofici- “Indipendence Day” “The Day After Tomorrow” “2012” - si interessi a un problema filologico di pertinenza di studiosi di letteratura.  In realtà “Anonymous “ racconta l’ennesima apocalisse provocata però non da un invasione aliena o da un cambiamento climatico, bensì dalla degenerazione di un’autorità corrotta. Il mostro non viene dallo spazio ma presidia le coscienze e i corpi deformi di chi manipola il destino dei popoli: la regina Elisabetta I( Vanessa Redgrave), i suoi infidi consiglieri, William e Robert Cecil ( David Thewlis e Edward Hoggs), lo stesso Edward e la di lui famiglia. Nessuno di costoro è esente dal demone corrosivo, ne conseguono rapporti incestuosi, passioni proibite ed adulteri, figli abbandonati e mai conosciuti, omicidi, tradimenti e cannonate sulla folla innocente. Un’atmosfera mefitica fra volti incartapecoriti e gobbi malvagi da cui trae alimento il talento prodigioso del conte, poeta in incognito: un grumo di visioni e voci ossessive, egli confessa alla moglie, a cui non riuscirebbe a sopravvivere, se non li trasformasse in personaggi sulla pergamena. Nei vari film dedicati alla fine del mondo, se l’umanità scampa alla distruzione, lo deve al sacrificio dell’eroe o degli eroi,  in “Anonymous”, data l’altezza dell’argomento, salvatore e capro espiatorio coincidono: le opere di Shakespeare conferiranno bellezza e senso alla Storia dell’uomo, purché chi ne è autore scompaia.

 Dunque per conferire plausibilità a un tortuoso intreccio imbastito su inopportuni sbalzi temporali, Emmerich prende partito in un dibattito specialistico nel quale non ha nulla da dire. Eppure la qualità del film non si gioca sulla solidità della tesi sostenuta, lo spettatore potrebbe tranquillamente abbandonarsi alle suggestioni evocate dalla figura del grande artista oltraggiato dalle circostanze.  Tuttavia  il regista, dandosi l’arduo compito di sondare l’intimità di una galleria di personaggi, doppioni sullo schermo della grandi personalità del teatro Shakesperiano, non riesce a coglierne  neppure l’eco, riconducendone  la complessità a una semplice funzione meccanica. Insomma tanto rumore per nulla.  

 

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CUORE: il titolo

 

PERCORSI CULTURALI  PER CUI PUO' ESSERE UTILIZZATO: Il cinema è Shakespeare- il mito dell’artista-

 

STELLE( il punto di vista prevalente della critica italiana): ** il regista si trova più a suo agio fra palazzi che crollano e catastrofi varie. Sostanzialmente alla figura del Bardo non si aggiunge nulla di nuovo.

 

VOTO/BILANCIO: 5

Criteri  soggettivi di valutazione

 Voci: 1-originalità di situazioni, visione del mondo e chiarezza/lucidità nell’esprimerla: 5

         2-  stile di regia, interpreti: 5

         3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 6

Per trama, trailer, galleria di immagini, scheda tecnica e galleria di opinionisti competenti:  www.filmtv.it

 




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IL CUORE GRANDE DELLE RAGAZZE: ALL'OMBRA DELLE TOMBE
post pubblicato in IL CINEMA DELLA MEMORIA, il 13 novembre 2011

<i>Il cuore grande delle ragazze</i>

 

Carlino ( Cesare Cremonini) non è particolarmente bello e meno che mai intelligente, eppure pressoché tutte le donne gli cadono ai piedi: il segreto del suo fascino è l’aroma del biancospino sprigionato dall’ alito quando parla; il padre e la madre l’hanno infatti concepito all’ombra di un biancospino. Ma le ragazze ne  sentono davvero la fragranza o è  il loro grande cuore suggestionabile a creare l’illusione? Il microcosmo rurale  ritratto da Pupi Avati in “Il cuore grande delle ragazze”  ha in realtà i connotati di un idillio deformato grottescamente dalla realtà storica: siamo nella campagna nei dintorni di Bologna all’epoca del Fascismo, l’unica via di fuga prospettata  dall’abbrutimento della miseria e dell’ignoranza è l’eros soprattutto quando trova modo di sublimarsi nell’attimo magico dell’incontro fatale. A fare  rivivere quel mondo remoto agli occhi della spettatore è la calda voce fuori campo ( Alessandro Haber) del fratello minore di Carlino, Edo ( Marcello Caroli) che, diventato adulto, rammenta un passato che  se filtrato dalla rievocazione affettiva smuove un malinconico sorriso: l’ossessione per il sesso, praticato o sognato, riduce maschi e femmine in macchiette da commedia e fa di loro, quando  ne sono impediti,  bonarie caricature di eroine ed eroi da romanzo, discendenti degeneri dei promessi sposi di Alessandro Manzoni.   Carlino, tombeur de femmes, come il padre ( Andrea Roncato),  dovrebbe scegliersi come moglie una delle due sgraziate figlie zitelle del mezzadro benestante Sisto Osti( Gianni Cavina) in cambio di una Moto Guzzi nuova di zecca, ma si innamora ricambiato, grazie all’alito, di Francesca ( Michaela Ramazzotti),  la belle figlia della seconda moglie di Sisto, le cose si complicano fino alla prevedibile soluzione. E’ questa la storia del nonno dello stesso regista, eppure lo sguardo è disincantato, l’approccio sentimentale è rattenuto da una coscienza artistica maturata con gli anni. Non c’è in “Il cuore grande delle ragazze” un’umanità dalle antiche virtù da riscoprire: se si vuole ricordare, consiglia la nonna al piccolo Edo, scolaro ripente, si deve andare ai cimiteri fra le tombe che l’ombra dei biancospini non protegge più.

 

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CUORE: la scena in cui Francesca e Carlino si fermano vicino al biancospino.

 

PERCORSI CULTURALI  PER CUI PUO' ESSERE UTILIZZATO: -Il recupero memoriale-Gli anni del Ventennio come palestra di virtù.- la donna nel Ventennio fascista.

 

STELLE( il punto di vista prevalente della critica italiana): ***E’ l’Amarcord di Avati: tutti sottolineano la lontananza da Fellini, ma il film è una conferma della vena intimistica della filmografia del regista emiliano.

 

VOTO/BILANCIO: 7

Criteri  soggettivi di valutazione

 Voci: 1-originalità di situazioni, visione del mondo e chiarezza/lucidità nell’esprimerla: 6

         2-  stile di regia, interpreti: 7

         3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 7

Per trama, trailer, galleria di immagini, scheda tecnica e galleria di opinionisti competenti:  www.filmtv.it

 

 




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FAUST: LE PORTE DEL PARADISO
post pubblicato in CINEMA ED ETICA, il 6 novembre 2011

<i>Faust</i>

 

Il male esiste, vive, ombra invisibile, al fianco di chi esercita il  dominio assoluto sulla natura e sugli esseri umani, ma solo l’arte può aspirare prima ancora che a raccontarlo a raffigurarlo dandogli corpo e volto: è il senso ultimo del “Faust” di Sokurov, capitolo conclusivo  di una tetralogia dedicata alle fenomenologia del potere assoluto nelle figure esemplari di Hitler ( “Moloch” 1999), di Lenin (“Taurus” 2001) e dell’ imperatore del Giappone Hiro Hito (“Il sole”  2005”).  Omettendo l’analisi storica e sociologica i tre capolavori del regista russo vedono nei “mostri”, condannati in via definitiva dalla Storia, marionette in balia delle proprie perverse allucinazioni, coscienze malate, il cui emergere resta un inquietante enigma risolvibile esclusivamente in chiave mitica. Da qui l’idea di rivisitare il capolavoro di Goethe facendo del motivo del patto con il diavolo la causa scatenante del procedere e del regredire  della civiltà.

 Il dottor Faust  ( Johannes Zeiler) vive in una terra barbara e  desolata, maleodorante e sporca, nella quale la luce è un miraggio e l’umanità parrebbe degna solo di sprofondare nell’oblio; l’unica salvezza per uscire dall’oscuro medioevo sono le conquiste della conoscenza e il dono divino di un attimo magico di bellezza ed amore  da fermare in eterno, grazie irraggiungibili, se non chiedendole a chi è in grado di concederle miracolosamente ovvero Mefistofele( il mimo Anton Adasmisky). Ma nel cupo universo ideato da Sokurov ispirandosi alla pittura di Vermeer e Bosch  c’è a ben guardare,  ben poco che rimandi alla metafisica e all’aldilà: il diavolo fa di mestiere l’usuraio, è una sorta di satiro spelacchiato, con un sesso minuscolo appeso dietro a mo’ di coda, compie blasfemie ridicole e balordaggini varie e nel suo piagnisteo a proposito  di una solitudine eterna senza speranza assume le caratteristiche di un alter ego degenere dello stesso Faust. L’incipit del Vangelo di Giovanni, sul cui reale significato egli  si interroga suggerisce la verità: se  in principio, dice il sacro testo, era l’azione, significa che le aspirazione dello spirito umano sarebbero condannate al nulla, se il lato demoniaco nella psiche non si attivasse per concretizzarle nella Storia, deformandole però a sua immagine.   Il “Faust” di Sokurov è così la raffinatissima cronaca del  conflitto secolare fra la volgarità della prassi e l’utopia di un’ etica,  che per lo spettatore si perde comunque in un fumoso labirinto di riferimenti e citazioni colte. . Se Faust vince Hitler resta sepolto in lui, se invece perde la sua metamorfosi in grottesco tiranno è inevitabile.  La partita guardando all’oggi parrebbe persa, ma chissà se  le porte del paradiso sono ancora in palio?

 

 

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CUORE:  il patto scritto con il sangue

 

PERCORSI CULTURALI  PER CUI PUO' ESSERE UTILIZZATO: il mito di Fausti-il dramma della conoscenza- il tema del patto con il diavolo-pittura e cinema-la fenomenologia del potere: dal tiranno delle letterature classiche ai dittatori-mostri dell’epoca contemporanea

 

STELLE( il punto di vista prevalente della critica italiana): ****ostico capolavoro. Leone d’oro alla 68 ma Mostra del cinema di Venezia.

 

VOTO/BILANCIO: 6

Criteri  soggettivi di valutazione

 Voci: 1-originalità di situazioni, visione del mondo e chiarezza/lucidità nell’esprimerla: 5

         2-  stile di regia, interpreti: 10

         3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 3

Per trama, trailer, galleria di immagini, scheda tecnica e galleria di opinionisti competenti:  www.filmtv.it

 




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UNA SEPARAZIONE: PARADOSSO ECLATANTE
post pubblicato in CINEMA IRANIANO, il 30 ottobre 2011

<i>Una separazione</i>

 

In “Una separazione” Nader( Peyman Moaadi), bancario a Teheran,  scoppia in lacrime pulendo il vecchio padre malato d’Alzheimer ( Ali-Asghar Shahsbazi): in un impeto d’ira ha appena spinto giù per le scale la badante incinta Razieh ( Sare Bayat)  colpevole di essere uscita di casa abbandonando il vecchio  affidato alla sua custodia dopo averlo legato al letto. Lei lo denuncerà per averle causato l’aborto e lui a sua volta per aver provocato il peggioramento dell’infermo, ma in quel momento  Nader piange perchè sua moglie lo ha appena lasciato  con la figlia undicenne Tehrme ( Sarina Fahardi), perché si pente di aver appena usato la violenza nei confronti di una donna fragile.  Soprattutto però piange perché intuisce come non la malvagità ma l’infelicità di qualcuno sia causa dell’infelicità di qualcun altro. La pellicola dell’iraniano Farhadi ( “About Elly”) di fatto è tanto più efficace nel mostrare i segni compulsivi del dolore quanto più considera inessenziali o inesistenti le responsabilità individuali: Simin ( Leila Hatami) vuole andare all’estero per offrire più opportunità alla figlia e per questo va via di casa, Nader dal canto suo non vuole andar via dall’Iran per il padre, il comportamento di Razieh, tormentata dagli scrupoli religiosi, è condizionato  dai debiti del collerico marito, e infine vi sono le testimoni innocenti del dramma, le bambine delle coppia in lite, la figlia di Razieh che esprime il proprio disagio disegnando  e l’adolescente Tehrme, costretta a scegliere fra due genitori entrambi disperatamente amati.

 Il conflitto esplode quando le legittime ragioni degli uni e degli altri vengono alla luce in tutta la loro urgenza e inconciliabilità: aspirazione  a una vita migliore in Simin, solidarietà con una senilità in balia di un morbo irreversibile in Nader, fedeltà a Dio e alla coscienza in Razieh, rabbia per le umiliazioni patite nel di lei marito, e in tutti paura per i propri affetti.    Sono persone  pure di cuore quelle che lo spettatore vede litigare furiosamente davanti a un giudice imparziale  in “Una separazione”: nessuno agisce in malafede, nessuno lascia chiusi nell’armadio i propri scheletri,  nessuno si lascia dominare fino in fondo dall’orgoglio eppure l’esito non è la riconciliazione bensì una separazione definitiva, come se la dignità di un individuo non potesse convivere con quella di chi gli sta accanto.

Il cinema alle nostre latitudini ci ha abituato a soluzione ben più edulcorate ma l’esperienza non dà torto al regista iraniano.  Impossibile comunque non domandarsi se il fatto raccontato nel lungometraggio si svolgerebbe in modo analogo a Roma o a Londra.  Ci sembra un dettaglio non irrilevante al proposito il ruolo svolto nell’intreccio dalla religiosità intima e sofferta di una delle protagoniste del film. A fare da sfondo alla storia infatti è una megalopoli  grigia ed asettica fatta da automobili che si sfiorano, ospedali e tribunali, nei quali i giudici sono l’emanazione neutra di uno Stato ridotto ad apparato burocratico e  assente nei dilemmi etici ed esistenziali dei cittadini. Un eclatante paradosso in un Paese dove si governa in nome di Dio!

 

 

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CUORE: la telefonata di Razieh per sapere se è peccato pulire le parti intime di un vecchio infermo. 

 

PERCORSI CULTURALI  PER CUI PUO' ESSERE UTILIZZATO: L’Iran contemporaneo fra condizionamenti e aspirazioni alla normalizzazione-contesto sociale e rapporti di coppia-

 

STELLE( il punto di vista prevalente della critica italiana): **** nuova voce del cinema iraniano: riesce a parlare del suo Paese ma anche a raccontare al complessità dei rapporti umani. Ha vinto l’Orso d’Oro a Berlino 2011

 

VOTO/BILANCIO: 7

Criteri  soggettivi di valutazione

 Voci: 1-originalità di situazioni, visione del mondo e chiarezza/lucidità nell’esprimerla: 6

         2-  stile di regia, interpreti: 7

         3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 8

 




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MELANCHOLIA: LE TURPITUDINI DEI FAGIOLI
post pubblicato in CINEMA E SIMBOLOGIE, il 23 ottobre 2011

<i>Melancholia</i>

 

Nella festa di nozze che si svolge in un elegante castello in Svezia con ben 18 campi da golf gli organizzatori si inventano un gioco: mettono dei fagioli in una bottiglia e i partecipanti alla cerimonia devono indovinarne il numero.  Il matrimonio celebrato però va a monte nel giro di qualche ora e alla fine  quanti fagioli contenesse la bottiglia resta un mistero irrisolto per tutti gli ospiti.  Eccezione fatto però per Justine ( Kirsten Dunst), la neo sposa, perché lei come un’antica profetessa,  prevede e“ sa tutto”: la  depressione l’ha dotata della  saggezza che le consente di comprendere come la vita sia un male e che il pianeta azzurrino, chiamato “Melancholia”, che sta ballando  una macabra danza intorno alla Terra, finirà per travolgerla e distruggere le specie viventi, che, sole nell’universo, lo deturpano. Il regista danese Von Trier, maestro nella provocazione, in “Melancholia”, suo ultimo film, affida a Justine il ruolo sacrale di sacerdotessa,  vestale dell’Apocalisse imminente, una sorta di Cristo  sui generis,  nel senso che, se l’umanità è incurabile, la missione del nuovo salvatore è quella di accompagnarne la catartica fine.  Il lungometraggio si propone pertanto come un’elegia funebre, in cui le immagini simboliche e la musica che le accompagna dovrebbero evocare idee di lutto e di morte: risaltano le note del“Tristano ed Isotta” di Wagner e alcuni dettagli de “I cacciatori nella neve” di Bruegel il Vecchio, composizione musicale e dipinto, di cui Von Trier,  recupera la sublime tragicità, ovvero il motivo ispiratore della titanica e vana  lotta  contro una Natura spietata in nome  dell’amore o del dominio sull’ambiente. Nel dare voce alla sua conclamata depressione, autentica o meno, Von Trier edifica un edificio  concettualmente ma soprattutto esteticamente coerente, per quanto fragile nella fondamenta: la situazione esemplare imbastita  ad illustrare l’ultimo giorno dell’umanità si regge a stento su due pilastri, le personalità complementari di due sorelle, Justine e Claire( Charlotte Giansbourg), allegoricamente unite da una cavalcata nelle campagne.  In una prima parte della pellicola viene illustrata  durante la lunga festa al castello della prima  la  graduale metamorfosi  da sposa felice e fortunata in vacillante capro espiatorio, risucchiata negli abissi dai fili infrangibili  dei difetti e delle sofferenze altrui, emersi durante il ricevimento di nozze; nella seconda parte essa ritorna, ormai portando su di sé il peso dell’arcaica sapienza della sacerdotessa, nello stesso luogo accanto alla sorella e al cognato John( Kiefer Sutherland), ricco padrone di casa;  nuda si espone alla luce dell’astro purificante e costruisce un cerchio magico con cui proteggere sé, la sorella e il nipotino ( Cameron Spurr) al momento dell’impatto.  La saggezza e il coraggio di Justine necessitano  dunque per emergere dell’ignoranza e della paura di Claire, prima dell’apocalisse sostenuta dai soldi e dalle certezze  del marito.. L’antitesi  ha una logica, tuttavia è troppo esile per sconvolgere convinzioni o smuovere emozioni: chi o cosa ispira  il Cristo muliebre in abito bianco e il pessimismo cosmico di “Malincholia”  è  posa e, se non lo è, di cosa veramente si nutre? Se gli uomini, è risaputo,  sono infidi  e cinici cacciatori, di quali turpitudine si macchiano i fagioli?

 

 

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CUORE: il pianeta azzurrino “ melancholia”

 

PERCORSI CULTURALI  PER CUI PUO' ESSERE UTILIZZATO: il presagio dell’apocalisse-i cantori della fine nel cinema e nella letteratura: da Cioran, a De Oliveira- Dall’età dell’oro all’apocalisse

 

STELLE( il punto di vista prevalente della critica italiana): ? controverso. Alcuni apprezzano il talento visivo del regista provocatore, in molti non trovano un senso al tutto. Premio Per la miglior interpretazione femminile  a Kirsten Dunst al 64. festival  di Cannes (2011)

 

VOTO/BILANCIO: 5

Criteri  soggettivi di valutazione

 Voci: 1-originalità di situazioni, visione del mondo e chiarezza/lucidità nell’esprimerla: 5

         2-  stile di regia, interpreti: 7

         3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 3

Per trama, trailer, galleria di immagini, scheda tecnica e galleria di opinionisti competenti:  www.filmtv.it

 




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THIS MUST BE THE PLACE: I CIELI TERSI D'EUROPA
post pubblicato in CINEMA ED ETICA, il 16 ottobre 2011

<i>This Must Be the Place</i>

 

Quando la rockstar Cheyenne ( Sean Penn) arriva negli States in occasione della morte del padre ne trova il diario, ne legge alcune pagine e le parole gli riecheggiano nella mente a lungo, mentre viaggia intenzionato a vendicarsi dell’ufficiale nazista ancora vivo che l’ha oltraggiato quando era deportato in un campo di concentramento:  prima dell’inferno  c’era la spensieratezza,  la coperta calda quando si ha la febbre, l’angolo della finestra, le carezza della madre, il cielo terso dell’Europa, questo ha lasciato scritto, forse pensando a lui mai più rivisto da quando adolescente era andato via di casa. E  il cinquantenne cantante, idolatrato un tempo dal mercato, lo  sa bene:  la maggior parte degli uomini la spensieratezza non l’ha mai conosciuta o l’ha dimenticata. Egli si è esiliato da decenni dalla scena e vive in Irlanda  l’esistenza desolata da miliardario disoccupato e annoiato, fra piscine senz’acqua, pasti precotti sotto il neon di un algida cucina da riviste d’architettura, visite alla tomba di due giovani fan suicidi, e  giornate da riempire in qualche modo. Fa visita a un’anziana donna che piange per il figlio scomparso, fa da pronubo inutilmente a un ragazzo e a una ragazza tristi, ascolta le performance erotiche di un amico, ama probabilmente riamato una moglie che di lavoro fa il pompiere. Tuttavia la sua figura di pagliaccio stralunato, se la si osserva dal di fuori e nell’intimità, non pare abitare  verosimilmente questo mondo: un trucco eccessivo gli invecchia grottescamente il volto, il tono di voce, esile, lento, assomiglia al lamento dell’agonizzante, e la sincerità estrema di ciò che dice gli conferisce l’innocenza del bambino. Eppure nel suo trascinarsi dietro un’immagine di clown dolente Cheyenne si rivela di una nudità intima disarmante: egli in tutto il suo essere è   l’espressione esasperata di una verità incontenibile e ribelle a un  mondo dove ogni cose si attutisce nella mediocrità asettica delle apparenze.  Ma chi è allora Cheyenne o piuttosto quale maschera Sorrentino e il cosceneggiatore Contarello hanno voluto far indossare a Sean Penn? Un artista bizzarro e capriccioso, un caso patologico condannato dalla nevrosi a un’infanzia protratta, un novello Ulisse in cerca di una patria smarrita, un cantante fallito tormentato dal rimorso?  In “This Must Be the Place” di fatto  l’itinerario conoscitivo dello spettatore coincide con quello del protagonista:  Cheyenne è prigioniero della volontà di autopunirsi  per essere stato un artista senza etica, una cattivo maestro per molti giovani vittime dei suoi testi incensato  a  torto dalla moda; ed è  il rimorso nei confronti di un padre mai più cercato a spingerlo fuori dall’involucro protettivo di se stesso e a guidarlo in un’Odissea attraverso un continente vasto e sconosciuto.  Sulle tracce del carnefice nazista egli scorge appena un frammento di una terra sconfinata ma gli basta per comprendere che il fulcro dell’esperienza umana, la sua come quella di qualsiasi altro, è il dolore. Non vi sono mostri a  guardare la neve al di là del filo spinato di un lager e a immaginarsi un Dio indolente e assente come una donna mai vista e sognata; c’è però la dignità umiliata di una vittima e il gesto inconsulto di un soldato sciocco. E allora per riscattare l’umanità dalle infinite colpe non serve la vendetta, bensì la memoria e la coscienza. Nella maturità etica conquistata da Cheyenne Sorrentino precisa la sua poetica:  non esiste altro  sotterfugio alla pena del vivere e alla spensieratezza rubata a noi tutti, ieri e oggi, sotto i cieli tersi d’Europa.

 

 

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CUORE: “anche noi dietro il filo spinato guardavamo la neve!” e le pagine del diario del padre.

 

PERCORSI CULTURALI  PER CUI PUO' ESSERE UTILIZZATO: padri e figli- l’olocausto -il road movie-L’artista: genio e sregolatezza- Peter Pan e la maturità rifiutata- vendetta e perdono.- la figura del clown

 

STELLE( il punto di vista prevalente della critica italiana): ***non convince tutti il road movie di Tarantino: alcuni gli rimproverano l’affollamento dei personaggi, altri il procedere a balzelli, altri di dire poco al cuore. Umanamente apprezzata la fotografia.

 

 

VOTO/BILANCIO: 7.50

Criteri  soggettivi di valutazione

 Voci: 1-originalità di situazioni, visione del mondo e chiarezza/lucidità nell’esprimerla: 8

         2-  stile di regia, interpreti: 7

         3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 8

Per trama, trailer, galleria di immagini, scheda tecnica e galleria di opinionisti competenti:  www.filmtv.it

 




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TOMBOY: NIENTE DOMANDE PER FAVORE
post pubblicato in CINEMA E ROMANZO DI FORMAZIONE, il 9 ottobre 2011

<i>Tomboy</i>

 

Sta male a  Laure ( Zoé Héeran) il vestitino blu che la madre l’ha costretta ad indossare: lei  ha un corpo esile, aggraziato, guardandola in viso non sapresti dire se è femmina o maschio, eppure è bellissima nella sua indeterminatezza. Pare una creatura  partorita appositamente sullo schermo da una macchina da presa per farne la protagonista di un film sull’inafferrabilità della natura e sui goffi tentativi di noi uomini di metterle addosso abiti preconfezionati per irreggimentare ciò che non è definibile. E’ in realtà una delle molte facce del  conflitto arcaico fra innocenza della natura e colpe della civiltà quella mostrata  dalla trentatreenne Cèline Sciamma in “Tomboy”, suo secondo lungometraggio: Laure cambia con la famiglia città o quartiere, deve iscriversi alla prima media, ma ai  nuovi amichetti e alla coetanea  Lisa ( Jeanne Disson) si presenta come Mickael e si comporta di conseguenza come ci si aspetta da un maschietto; non  sembra avere un motivo serio,  può essere la voglia di provare o il gusto gratuito della provocazione, chissà.   La vicenda, dagli esiti potenzialmente drammatici, ha  per quasi tutto il tempo il tono e i colori dell’idillio: la vita familiare di Laure è serena, i genitori ( Sophie Cattani e Mathieu Demy) la rispettano e l’adorano, la sorellina Jeanne( Malon Lévana)  è sua complice,  e l’amica del cuore ingannata prima o poi la perdonerà.

 “Tomboy” non racconta di fatto una storia né delinea un ritratto, bensì estrapola dalla vita di una bambina alle soglie dell’adolescenza un momento particolare di sospensione: siamo in agosto, in famiglia si attende un bambino,  e il clima vacanziero consente, senza eccessivi rischi,  il gioco dello scambio di identità. Ma il fascino acerbo di Laure evoca un grumo di emozioni ben più profonde e incontrollabili della semplice voglia di trasgressione ludica; e non solo in lei, ma anche in chi crede al suo travestimento e quasi si innamora.  Tanto più la negazione di una parte di sé nella ragazzina va presa sul serio quanto più ha ragioni imprecisate: parlare di omosessualità, di repressione, di  educazione fallimentare in “Tomboy” significa non coglierne il senso. Forse questi fattori non sono da escludere nella personalità della protagonista, forse domani lei si sentirà attratta dal suo stesso sesso, tuttavia il cuore della pellicola non è né una presa di coscienza né una ribellione consapevole.  Il film infatti si ferma molto prima, al momento più delicato dell’esplorazione, quando cioè l’istinto brancola ancora nel buio prima di imparare ad adattarsi a ciò che l’utopia sociale, nel bene o nel male, esige. “Perché lo hai fatto?” chiedono sorpresi a Laure;  lei non risponde,  guarda  allo specchio l’immagine di sé quella che di domande non ha bisogno.

 

 

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CUORE: il corpo acerbo di Laure/ Michael

 

PERCORSI CULTURALI  PER CUI PUO' ESSERE UTILIZZATO: Adolescenza ed identità sessuale- la sessualità nell’età adolescenziale- La costruzione dell’identità: da Ulisse all’adolescente smarrito o abbandonato della letteratura europea- natura e civilità

 

STELLE( il punto di vista prevalente della critica italiana): ****Teddy Awrds a Berlino, premiato al 26 GLBT di Torino. Piccolo film francese molto apprezzato

 

 

VOTO/BILANCIO: 7

Criteri  soggettivi di valutazione

 Voci: 1-originalità di situazioni, visione del mondo e chiarezza/lucidità nell’esprimerla: 7

         2-  stile di regia, interpreti: 7

         3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 7

Per trama, trailer, galleria di immagini, scheda tecnica e galleria di opinionisti competenti:  www.filmtv.it

 

 




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MA COME FA A FAR TUTTO: PIDOCCHI E NEVE
post pubblicato in CINEMA E SOCIETA', il 2 ottobre 2011

Lo sconvolgimento epocale determinato più che dal femminismo dalla necessità di far quadrare il bilancio familiare con due stipendi in “Ma come fa a far tutto” lo spiega con una certa acutezza alla confusa Kate( la Sarah Jessica Parker di “Sex and the City”) l’acida suocera: prima se non si pagavano le bollette la colpa era del marito,   se capitava qualcosa ai bambini della moglie,  oggi tutti hanno colpa di tutto. Il rimorso è in effetti l’unica lieve ombra in grado di mettere in crisi l’esistenza gaia della protagonista del film: nonostante i figli affidati alla baby sitter,  l’effervescente Kate va  su e giù per gli States  sentendosi comunque pienamente realizzata in un mondo dove ciò che si dice e si fa coincide tout court con la verità. Madre indaffarata di un maschietto e una femminuccia abita a Boston, lavora con successo nel mercato azionario, animata, lei sostiene, dalla volontà di difendere i risparmi dei pensionati;  il marito Richard ( Greg Kinnear),  apprezzato architetto, la comprende e la ama, ha un amica del cuore sincera, una segretaria-robot convertita miracolosamente da lei alle gioie della maternità, rivali maschi in ufficio  innocui ed è, per farla breve,  un esemplare invidiabile di talento e fortuna. L’unico neo è il non riuscire, impegnata com’è nella carriera, a godersi i bambini: il che, nell’universo edulcorato e inverosimilmente meritocratico  creatole attorno dal regista McGrath e dalla sceneggiatrice Brosh McKenna, equivale a fare con loro un pupazzo di neve, cucinare le torte per le feste scolastiche e assistere al primo taglio di capelli dal barbiere. Il tema in sé è serio, se il guru della tv Usa Ophra Winfrey ha definito il libro della Pearson, fonte ispiratrice della pellicola “ portabandiera della mamme lavoratrici”.  Tuttavia è probabile che le  madri lavoratrici di oggi, alle prese con crisi economica, con stipendi troppo bassi per mantenere decorosamente i figli e con una realtà sempre meno definibile,  trovino discretamente antipatica e  un po’ ipocrita la Kate invincibile nel cogliere tutta mossettine e smorfie  le opportunità sulla piazza.  A meno che non abbiano voglia di illudersi con la bella favola di un marito innamorato che ti rinnova il suo amore, mentre la neve ti accarezza i capelli, appena depurati dai deliziosi pidocchi presi dai figli.  

 

 

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CUORE:il pupazzo di neve

 

FATE CASO A: il giuramento d’amore coniugale, mentre la neve cade…terribile!

 

PER UN CONFRONTO:  il tema è abusato e qui è trattato con molta indulgenza.  Per questo mi pare interessante “We Want Sex” del 2010 di Nigel Cole, basato su testimonianza reali, in cui si racconta lo sciopero delle operaie della Ford nell’Essex,nel 1968 Gran Bretagna,  per i loro diritti.

 

PERCORSI CULTURALI  PER CUI PUO' ESSERE UTILIZZATO: il femminismo edulcorato del cinema contemporaneo- la famiglia oggi- la working Woman fra realtà e immaginario.

 

STELLE( il punto di vista prevalente della critica italiana):  * mediocre commedia su un tema serio. Sarah Jessica Parker si sforza ma non riesca a fare a meno di recitare in “Sex and City”

 

 

VOTO/BILANCIO: 3

Criteri  soggettivi di valutazione

 Voci: 1-originalità di situazioni, visione del mondo e chiarezza/lucidità nell’esprimerla: 1

         2-  stile di regia, interpreti: 4

         3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 6

Per trama, trailer, galleria di immagini, scheda tecnica e galleria di opinionisti competenti:  www.filmtv.it

 




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CARNAGE: DI NUOVO INSIEME
post pubblicato in CINEMA E CRISI DELLA CIVILTà DELLE DEMOCRAZIE PROGREDITE, il 25 settembre 2011

<i>Carnage</i>

 

Quanto avviene fra le quattro mura di un appartamento di New York fra due coppie borghesi in “Carnage”, tratto da una pièce teatrale di Jasmina Reza, ha qualche probabilità di succedere davvero o si tratta di una estremizzazione paradossale da teatro dell’assurdo? Lo spettatore, mentre si gode lo scintillante duello soprattutto verbale fra  Alan e Nancy Cowan( Christoph Waltz e Kate Winslet) e  Michael e Penelope Longstreet ( John J.Reilly e Jodie Foster) se lo chiede perplesso oppure ammette di trovarsi spesso nelle medesima zona di confine fra urbanità forzata e impulsività incontrollabile. Dato che di guerra in fondo si tratta non sarà improprio utilizzare, per comprenderne i meccanismi,  le categorie storiografiche: lo scontro ha sia una causa occasionale sia una causa latente, più profonda. A portare Alan e Nancy a casa di Michael e Penelope è una banale lite al parco fra i rispettivi figli: in un primo tempo la buona educazione ha la meglio, Penelope offre una fetta di torta,  Nancy chiede, gentile, dei tulipani sul tavolino del salotto, ci si informa dei rispettivi lavori e da persone evolute si parla di conciliazione. Ma all’improvviso si gettano le maschere, inizia il conflitto a fuoco: una coppia si allea contro l’altra coppia, poi la fragile solidarietà coniugale si sfalda, marito e moglie si odiano, le  donne si disprezzano,  un volgare cameratismo rinsalda i maschi, apprezzano entrambi il buon whisky e i sigari, e  più di ogni altra cosa condividono l’insofferenza per le consorti. Difficile però precisare quale sia la parola o il gesto, sfuggiti involontariamente o no,  che fa precipitare la situazione: il cuore della pellicola sta  infatti altrove. Siamo nati per detestarci: il modo di pensare, il modo di essere, il  cinismo o  fatuo idealismo e infine odori, secrezioni e contatti ci rendono insopportabili gli uni agli altri.  La società e la famiglia sono  imposizioni contro natura: si può convivere solo a patto di reprimere il dio della carneficina vigile in noi, e la coercizione genera nevrosi ed infelicità.  L’assunto filosofico per essere verificato senza pericolo di astrazioni impone il microcosmo classico del salotto borghese, aperto all’esibizione di sé da parte di personalità rappresentative dello stile di vita occidentale: la dimora dei Longstreet dove fanno bella mostra libri d’arte e vasi di tulipani è in fondo il luogo ideale del confronto civile fra punti di vista  e valori antitetici, il simbolo di una democrazia progredita dove coabitano  il moralismo impegnato e colto di Penelope, il conclamato e brutale opportunismo di Alan, e la passività nei confronti delle imposizioni dei coniugi, alimentata dal rancore,  di Micheal e Nancy. La prigionia dell’unità di tempo e luogo non consente remissioni momentanee; la macchina da presa di Polansky rende ancora più palpabile rispetto al testo teatrale la tortura psichica di una convivenza consegnata al galateo delle apparenze.  L’umanità riunita a dibattere nell’elegante proscenio è costituita da uomini e donne troppo uguali per essere diversi. Basta un niente per trasformarli in quello che sono, per gettarsi alle spalle un linguaggio  secolare artificiosamente nutrito di parole vuote quali etica, amore e rispetto: i tulipani vengono spezzati, il vomito imbratta i libri d’arte. 

 Lontano dall’arena, dove papa e mamma si sbranano,  nel parco, il criceto perduto di Michael e Penelope, guarda divertito il rampollo dei Longstrett e quello dei Cowen di nuovo insieme come se non potessero fare più a meno l’uno dell’altro.

 

 

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CUORE: La battuta “Non possiamo dominare ciò che ci domina”

 

FATE CASO A: Il dio della carneficina? E cosi difficile trovarlo in noi…provate a scavare, ricordate.. lo sguardo assassino di Jodie Foster è spesso anche il nostro.

 

PER UN CONFRONTO:  Sulla tematica della crudeltà mirabile il romanzo del 1954“Il signore delle mosche” di Goolidng. Interessante anche il confronto con il teatro di Harold Pinter che mette in scena situazioni analoghe a quella del film. Per un confronto sul dramma della stanza chiusa Hitchocock “Nodo alla gola” e il più recente di Branagh “Sleuth” alla cui sceneggiatura ha messo mano Harold Pinter

 La piéce teatrale “Il dio del massacro” di Jasmina Reza da cui la pellicola è tratta è stata pubblicata da Adelphi

 

PERCORSI CULTURALI  PER CUI PUO' ESSERE UTILIZZATO: l teatro dell’assurdo-crudeltà e civlità-il tribalismo nella società contemporanea- la crisi della democrazia.

 

STELLE( il punto di vista prevalente della critica italiana): *****dramma da camera apprezzato.  

 

 

VOTO/BILANCIO: 8.50

Criteri  soggettivi di valutazione

 Voci: 1-originalità di situazioni, visione del mondo e chiarezza/lucidità nell’esprimerla: 7

         2-  stile di regia, interpreti: 10

         3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 8

Per trama, trailer, galleria di immagini, scheda tecnica e galleria di opinionisti competenti:  www.filmtv.it

 

 




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CONTAGION: MAGICI MOMENTI
post pubblicato in CINEMA E PSICOLOGIA, il 18 settembre 2011

Matt Damon in <i>Contagion</i>

 

In un confortevole salotto di Minneapolis, addobbato per l’occasione, la giovanissima figlia di Mitch( Matt Damon), festeggia il compleanno ballando avvinta all’innamorato; la musica si diffonde per la stanza e il padre da poco vedovo, guardando dalla porte la scena, sorride. In “Contagion” però il momento magico viene bruscamente interrotto,  si riportano indietro le lancette dell’orologio e si illustra, quando ormai il dramma della pandemia è quasi arrivato all’epilogo, quale ne è stata l’origine: in una località dell’Estremo Oriente un pipistrello si alza in volo, capita in una stalla dove incontra un maiale  malato; questo  viene ucciso da un cuoco, che, dopo essersela sfregata sul grembiule imbrattato dal sangue dell’animale infetto,  dà la mano alla manager statunitense Beth Emhoff ( Gwyneth Paltrow), la moglie di Mitch, il cosiddetto paziente zero. Da questo gesto insignificante, in quanto ripetuto miglia di volte ogni giorno da migliaia di persone, è iniziato tutto e l’essere informati delle modalità di contagio fa accapponare la pelle; ci tocchiamo  il viso senza accorgercene molte volte in un solo minuto, posiamo le mani ovunque, respiriamo alito e sudore altrui, insomma il morbo invisibile ed esiziale ha a disposizione miliardi di potenziali ed inconsapevoli sicari che si uccidono a vicenda. L’aver posto l’accento asetticamente sui pochi  dati scientifici disponibili e sull’iter delle procedure di emergenza adottati dagli organismi appositi in casi simili  a scapito dell’azione e dell’ approfondimento delle psicologie individuali  è l’anomalia di “Contagion” rispetto ai numerosi film e tv movie appartenenti al medesimo filone:  il contesto in cui i vari personaggi operano è assolutamente credibile. Steven Soderbergh e lo sceneggiatore Scott Z. Burn del resto avevano a  disposizione un copione già pronto e già sceneggiato le numerose volte in cui il pianeta è stato minacciato da una nuova “peste” e lo hanno seguito quasi alle lettera, facendo a meno delle iperboli rassicuranti della spettacolarizzazione e scagionando le sperimentazione folli dei soliti apparti di Stato deviati. Su tale sfondo  le sequenze di massa sono le più efficaci, in quanto lì è palpabile il dominio assoluto del senso di impotenza, della paura e dell’abbandono irrazionale alla speranza della cura miracolistica.  Panico e disperazione collettivi, che  i profittatori, come il blogger ( Jude Law),  assecondano, e contro cui lottano ricercatori e medici generosamente fedeli alla propria missione.  I tipi umani appartengono certo alla tradizione del filone catastrofico che ha i nobili archetipi nella letteratura,  dalla storico greco Tucidide a Manzoni e Camus: quando la catastrofe sovverte i valori e le condizioni di vita, l’uomo riesce a dare il peggio o il meglio di sé. Tuttavia il lungometraggio non calca troppo la mano né sul cinismo né sull’altruismo, documentando il pessimistico assunto che colpe e meriti umani finiscano con il controbilanciarsi nella reciproca irrilevanza.

 

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CUORE: la sequenza finale che illustra la frase “ il pipistrello sbagliato ha incontrato il maiale sbagliato”

 

FATE CASO A: Sapevate quante volte in un minuto ci tocchiamo il viso? Saperlo non rassicura affatto, anzi..

 

PER UN CONFRONTO: Il film tratta con una certa originalità un tema ampiamente usato. Il confronto più interessante è con gli archetipi letterari e la loro rivisitazione da parte della letteratura contemporanea: Il primo a parlare di una pandemia è stato lo storico greco Tucidide, che ha descritto la peste d’Atene del 431 a. C; poi Lucrezio, Boccaccia, Defoe, Manzoni fino a Saramago in “Cecità”.

 

 

PERCORSI CULTURALI  PER CUI PUO' ESSERE UTILIZZATO: Pandemie letterarie e cinematografiche. Scienza e cinema-

 

STELLE( il punto di vista prevalente della critica italiana): ***nonostante il filone d’appartenenza il film trova una sua originalità nel realismo estremo delle situazione. Qualcuno ne lamenta l’eccessiva freddezza.

 

VOTO/BILANCIO: 6.50

Criteri  soggettivi di valutazione

 Voci: 1-originalità di situazioni, visione del mondo e chiarezza/lucidità nell’esprimerla: 5.50

         2-  stile di regia, interpreti: 7

         3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 7

Per trama, trailer, galleria di immagini, scheda tecnica e galleria di opinionisti competenti:  www.filmtv.it

 

 




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TERRAFERMA: QUALE ITALIANO?
post pubblicato in L'IMMIGRAZIONE AL CINEMA, il 11 settembre 2011

Filippo Pucillo in <i>Terraferma</i>

 

“Non sai neppure l’italiano” dice sconsolata la madre vedova, Giulietta ( Donatella Finocchiaro), al figlio adolescente Filippo ( Filippo Pucillo), pescatore  per nulla scolarizzato, più a suo agio con gli animali che con le persone.  Il ragazzo conosce esclusivamente il microcosmo dell’isola dove è cresciuto, inesistente sul mappamondo, ma  gli è bastato per comprendere che di italiani ce ne sono molti, ciascuno si è scelto, consapevolmente o meno, il suo,  e che anche per lui arriverà il momento di scegliere.

 Lo zio Nino ( Giuseppe Fiorello) ha intrioettato gli slogan divulgati dalla finta modernità della pubblicità e della propaganda politica: il progresso per i molti come lui è il profitto a scapito delle leggi millenarie della natura. Le parole usata dalla coetanea milanese Maura e dagli amici di lei, a cui Filippo e la madre affittano la casa,  portano il sapore delle realtà più avanzate del Paese, la metropoli e la provincia ricca: “topless”, “aria condizionata” “vista mare” ecc. Ci sono infine gli imperativi categorici utilizzati dai rappresentanti dello  Stato per imporre divieti e regole dall’alto: non raccogliere i clandestini per mare, non portare i turisti in barca senza permesso.

 Esiste però un idioma opposto, più puro, non fatto solo di parole, neppure scritto,  dettato a uomini e donne dal mare e per questo non suscettibile di essere standardizzato: è il dialetto arcaico dei pescatori, del vecchio Ernesto ( Mimmo Cuticchio), il quale, come un eroe tragico, trasgredisce gli editti dello Stato in nome della legge universale della pietas, che comanda di non abbandonare nessuno in mare. Appartengono al medesimo codice arcaico le invocazioni disperate di aiuto dei naufraghi, in fuga dalla guerra e dalla miseria, il flebile “ grazie” sussurrato dall’etiope Sara ( Tannit) a Giulietta.  Anche il legame affettivo che unisce madre e figlio rifiuta le espressioni artificiose dell’omologazione televisiva: entrambi, come i clandestini, aspirano a una terraferma, ossia a un altrove. A  Filippo non è consentito più restare  nel limbo di una fanciullezza  appartata sull’isola:  il luogo paradisiaco e primitivo del mito viene travolto dall’orrore della Storia ed egli sente  il dovere etico di una libertà responsabile: “voglio essere libero” dice infatti a Maura, un attimo prima di respingere l’orda di disperati che assale la sua barca per trovarvi la salvezza. E’ il primo drammatico atto di una coscienza che bruscamente, forse troppo,  trova uno spiraglio di luce per preservare se stessa.  E alla fine Filippo capisce quale sarà il suo italiano, la “dolce favella” dei versi immortali dell’esule Dante:  “ quanto sa di sale lo pane altrui e come è duro calle lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale “. Ma nessuno glielo dirà mai. Intanto lo zio fa ballare i turisti sul battello al suono di “Maracaibo” e a chi importa più?

 

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CUORE: “Non hanno mai abbandonato nessuno in mare” la frase di Ernesto.

 

FATE CASO A: chi non ha voglia di innamorarsi di Filippo?

 

PER UN CONFRONTO: In “Terraferma” sono davvero notevoli le intersezioni con i film precedenti di Crialese, “Respiro” e “Nuovomondo” che andrebbero dunque rivisti.

 Sulle tematiche affrontate i film sono innumerevoli mi limiterei a citare i bellissimi “Lamerica” di Amelio e “L’ospite inatteso” del 2007 di McCarthy.

 In ambito letterario sono scoperti i riferimenti al mondo concettuale di Verga espressa nei”Malavoglia”.

 

 

PERCORSI CULTURALI  PER CUI PUO' ESSERE UTILIZZATO: la clandestinità-immigrazione ed emigrazione-i vinti del progresso- il mare come spazio simbolico e letterario- legge di natura e legge umana-mito e storia

 

STELLE( il punto di vista prevalente della critica italiana):  ** Da molti non è giudicato al livello dei film precedenti di Crialese, in quanto troppo schematico. Tutti comunque riconoscono la valenza etica del messaggio.

 

VOTO/BILANCIO:7

Criteri  soggettivi di valutazione

 Voci: 1-originalità di situazioni, visione del mondo e chiarezza/lucidità nell’esprimerla: 6

         2-  stile di regia, interpreti: 7

         3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 8

Per trama, trailer, galleria di immagini, scheda tecnica e galleria di opinionisti competenti:  www.filmtv.it

 

 




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THIS IS ENGLAND: "LA SOCIETA' NON ESISTE"
post pubblicato in CINEMA E STORIA, il 4 settembre 2011

<i>This is England</i>

 

Shaun ( Thomas Turgoose) ha  dodici anni,  condivide con gli amici skinead l’esperienza devastante del tradimento e la venerazione per la bandiera di San Giorgio:. un brandello di stoffa che nella pellicola di Maedow riveste il ruolo di simbolo del raggiro perpetrato dall’ideologia e dalla politica ai danni di un Paese che in quella medesima icona si riconosce. Le vittime dell’inganno abitano le periferie povere, là dove, se la lingua dello Stato della scuola e della chiesa è idioma incomprensibile, l’oratoria spicciola di rozzi demagoghi in Jaguar chiama alla battaglia contro l’immaginario nemico straniero: “la società non esiste” è il celebre aforisma della Thatcher,  ossia fare parte di un popolo non significa altro che coabitare nello stesso suolo e perseguire ciascuno il proprio “particolare”, inchinandosi alle legge del più forte.  

 “This is England” fornendo il supporto di una descrizione concreta alla  definizione teorica della Lady di ferro, evocata più volte dalla scritte sui muri, mette in luce le condizione obbligate nelle quali si diventa precocemente adulti nell’Inghilterra degli anni 80’: del padre di Shaun, morto nella guerra contro l’Argentina per le Falkland, costata agli inglesi lacrime e sangue, sono rimaste solo fotografie, Shaun ne soffre la mancanza; Woody ( Joe Gilgum), il leader di un gruppo di innocui skinead, lo prende sotto la sua protezione e lo fa diventare uno di loro; l’arrivo di Combo( Stephen Graham), un duro  appena uscito di prigione, provoca una lacerazione profondo all’interno del gruppo e le conseguenze saranno atroci. Maedow, anche sceneggiatore del film, rifiuta la condanna pregiudiziale del “razzista” e scava a fondo nelle ragioni intime, personali,  del fanatismo: alla radice di ogni scelta sbagliata c’è la ferita mai sanata di un tradimento. Abbandono ed emarginazione  legano, al di là dell’ostilità iniziale, l’orfano Shaun, il giovane di colore,  l’obeso e la ragazza sgraziata: basta un’occhiata al tunnel scavato in mezzo al cemento e alle lattine vuote dove passano la giornata seduti sul marciapiede stretto per comprenderli;  eppure  per loro stare insieme è gioco, allegria, calore umano. Sono scene in fondo toccanti, perché inaspettate dato il contesto,  quella in cui ballano tutti insieme abbracciati o quelle in cui Shaun e l’innamorata esplorano un’intimità mai conosciuta.  Nella rabbia incontrollabile di Bolo c’è invece la povertà disperata e la delusione d’amore: ama da sempre Lol (Wichy Mac Clure) ora fidanzata di Woody, con lei ha passato le uniche ore belle della sua vita,   ma lei non lo ricambia.. Un’umanità dunque smarrita, incolpevole, che si salva o si perde che  si regge dove può per tenersi in piedi: in quel paesaggio degradato arrivano attraverso gli schermi della TV le immagini dei Grandi Statisti, la causa ultima dei conflitti e della violenza; loro lì sono invisibili, abitanti di un altro pianeta, a cui, chissà se e quando,  la Storia presenterà  il conto. Per una bandiera che sventola, ce n’è sempre una che galleggia sul fondo dell’Oceano.

 

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CUORE: la sequenza in cui Shaun getta la bandiera di San Giorgio nell’Oceano.

 

FATE CASO A: Al fatto che esca in Italia cinque anni dopo aver vinto il festival di Roma

 

PER UN CONFRONTO: Interessante un escursione nel cinema britannico, a partire dall’epoca della Teatcher  fino a oggi. Si parla al proposito della Briths Renaissance. SI potrebbero citare  ad esempio i film di Frears  quelli di Leigh e di Ken Loach.

 In campo letterario si può citare “Il budda della periferie” di Kureishi, che è stato anche sceneggiatore del film di Frears “My Beautiful Laundrette”.

 

 

PERCORSI CULTURALI  PER CUI PUO' ESSERE UTILIZZATO:  La rabbia giovanile: radici e cultura negli ultimi decenni- Le ripercussione del teatcherismo nel cinema e nelle letteratura britannica- Le periferie urbane- Psicologia del gruppo- Il volto oscuro dell’amicizia: il cameratismo- Le frontiere nel cinema Europeo: peculiarità, differenze, analogie- il neorazzismo

 

STELLE( il punto di vista prevalente della critica italiana): ****Il film, ha detto Ferzetti, se fosse un libro, si sarebbe intitolato “Il razzismo spiegato ai miei figli”. Il film ha vinto, cinque anni fa, il festival di Roma.

 

VOTO/BILANCIO: 7

Criteri  soggettivi di valutazione

 Voci: 1-originalità di situazioni, visione del mondo e chiarezza/lucidità nell’esprimerla: 6

         2-  stile di regia, interpreti: 7

         3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 8

Per trama, trailer, galleria di immagini, scheda tecnica e galleria di opinionisti competenti:  www.filmtv.it

 

 




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STUDENT SERVICES: TENERI INCONTRI
post pubblicato in CINEMA E SOCIETA', il 28 agosto 2011

<i>Student Services</i>

 

“Teneri incontri” è quello che chiede in un annuncio sul web  il 50enne Joe ( Alain Chauchi) a una ragazza  in cambio di cento euro l’ora: la diciannovenne Laura ( Déborah François), studentessa di lingue squattrinata,  prima di acconsentire vuole sapere cosa egli intenda con “teneri”: semplici carezze, risponde lui, il sesso non c’entra. Lei accetta e avviene l’incontro in una disadorna stanza d’albergo ad ore nei pressi della stazione: il rito inizia con la svestizione di lei, prosegue con una scarna autopresentazione di lui, e finisce con due corpi nudi seduti sul letto, sgraziati entrambi, per la ritrosia goffa quello della giovane donna impacciata, per l’adiposità esibila quello dell’uomo di mezza età. La macchina da presa fruga volti e gesti dei protagonisti della scena e rinuncia un attimo prima di afferrarne la verità profonda, nascosta dietro le spiegazioni più ovvie: chi sono davvero Joe e Laura, perché uno compra e l’altra vende? “Student services”, scritto e girato da Emanuelle Bercot per la televisione francese, si arrende quasi subito dopo un paio di sequenze iniziali a scavare nel malessere intimo di Laura e degli uomini incontrati, clienti o fidanzati: partendo dal dato allarmante che il 10 per cento delle studentesse francesi si prostituisce per mantenersi agli studi ne sceglie una a caso e ne racconta il percorso di caduta e di probabile riscatto in una sorta di film inchiesta. L’atto d’accusa nei confronti di un’Europa benestante ma incapace di garantire un futuro di dignità ai giovani ha certo fondamento, tuttavia dietro la sordida  realtà intravista di scorcio nella pellicola vi sono altre ragioni, non schematicamente riconducibili alle motivazioni sociali ed economiche: l’ossessione del sesso ad esempio è spia di una miseria etica diffusa ad ogni latitudine della nostra società.   Ciascuno individuo  vive il disagio  a modo proprio inventandosi le proprie leggi di sopravvivenza e sono  tali sconfinati territori che il cinema dovrebbe esplorare. In “Student services”, latitanti le famiglie, umiliazioni, vergogna di se stessi, insicurezza accomunano la studentessa in vendita, coloro che, ossessionati dal corpo acerbo di lei,   ne pagano le prestazioni e i coetanei da cui lei cerca inutilmente un rapporto affettivo autentico:  si tratta però di fotografie isolate, fugaci,  non legate da una visione d’insieme; le porte dell’inferno  si spalancano davanti agli occhi dello spettatore, ma non gli è consentito entrarvi. Un buco nero  da cui arriva via interet la dimessa invocazione d’aiuto quel ”Teneri incontri” che dovrebbe unire ed invece allontana

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CUORE: il dato citato sulla prostituzione della studentesse francesi.

 

FATE CASO A: Il film è stato girato per la televisione francese: in Italia sarebbe inconcepibile.

 

PER UN CONFRONTO: Si può vedere il film inchiesta del 1990 di Ken Russel  intitolato appunto “Whore”, ma più interessante ancora è analizzare l’evoluzione della figura della prostituta dalla patetica vittima della miseria spesso moralmente nobile del romanzi di Dostoevskji a oggi.

 Per il malessere e la sete di trasgressione erotica che il film denuncia molto più a fondo andava il film di Cantet “Verso sud”.

 

 

PERCORSI CULTURALI  PER CUI PUO' ESSERE UTILIZZATO:  il disagio giovanile- la figura della prostituta, dalla patetica vittima dei romanzi di Dostoevskij  all’algida funzionaria del sesso dei tempi di Internet

 

STELLE( il punto di vista prevalente della critica italiana): **crudo documento di cui però si mette in luce l’approccio sociologico televisivo.

 

VOTO/BILANCIO: 6

Criteri  soggettivi di valutazione

 Voci: 1-originalità di situazioni, visione del mondo e chiarezza/lucidità nell’esprimerla: 5

         2-  stile di regia, interpreti: 6

         3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 7

Per trama, trailer, galleria di immagini, scheda tecnica e galleria di opinionisti competenti:  www.filmtv.it

 




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HANNA: I LUPI CATTIVI DEL LUNA PARK
post pubblicato in CINEMA E FAVOLA, il 14 agosto 2011

Cos’ha in comune Hanna( Saoirse Roman), una ragazzina allevata  dal padre Eric ( Eric Bana) in una capanna isolata fra le selve innevate della Finlandia, con le favole dei fratelli Grimm? Lei in effetti non è andata a scuola, si è formata leggendo le loro storie e l’epilogo della sua complicata vicenda si svolgerà propria nella casa Grimm a Berlino. Ma i motivi dell’antica tradizione popolare rielaborata dai fratelli di Hanau riecheggiano soprattutto  nell’avventuroso affacciarsi di lei al mondo degli adulti: costretta da un oscuro motivo a uscire dal rifugio incantato di un infanzia protetta, deve affrontare da sola Paesi sconosciuti, sfuggire alle grinfie di una strega malvagia( Kate Blanchett), Marissa agente della Cia con molti scheletri nell’armadio, e combattere contro lupi e banditi malintenzionati, i killer   mandati dalla nemica sulle sue tracce. Al suo fianco gli immancabili aiutanti magici: il padre, una bizzarra famiglia britannica incontrata in Marocco e il custode del parco a Berlino.

 Whight, aduso a trasporre sullo schermo testi letterari ( “Orgoglio e pregiudizio”, “Espiazione”)e gli sceneggiatori, Lochhead e Farr, hanno in “Hanna” cercato una sorta di territorio neutro dove l’universo  dei generi cinematografici contemporanei potesse dare ospitalità a Cappuccetto Rosso.  Purtroppo Capuccetto Rosso, riadattandosi ai tempi,  non è riuscito a sopravvivere alle peripezie obbligate  dalla spy story e agli arcani della manipolazione genetica fantascientifica: il rocambolesco viaggio della bambina Amazzone dalla base sotterranea in Marocco, dove è stata imprigionata da Marissa, fino alla Germania, non le dà modo di esprimere altre emozioni oltre all’ inverosimile stupore  di fronte al prodigio tecnologico di un bollitore per il tè in una modesta camera d’albergo  e a un  divertito imbarazzo per un casto bacio; il bosco pieno di orchi pericolosi si riduce a fondale da cartolina per le performance di guerriera invincibile che lascerebbe presagire per lei  un sicuro avvenire da James Bond.  

 Nell’ipotizzare l’affrettato romanzo di formazione di una  Cenerentola “sperimentale”  che sa a memoria l’Enciclopedia Britannica non si è ritenuto cosi indispensabile di dotarla né di  candore né di fragilità: del resto vedendola correre a perdifiato, saltare, uccidere, e dire solenne “Non ti ho preso il cuore”  pare che neppure lei ci abbia mai creduto davvero ai lupi cattivi del luna park.  

 

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CUORE: la sequenza finale nel parco Grimm a Berlino con le figure mostruose in mezzo alle quali Hanna sfida Marissa.  

 

FATE CASO A: la casa Grimm a Berlino e il parco. In realtà nel Volkspark Friedricheten nella stessa città vi è una magnifica fontana neobarocca con disegni ispirati alle favole dei fratelli di Hanau.

 

PER UN CONFRONTO: L’archetipo di ogni storia di formazione è la “Telemachia” ovvero i prima quattro libri dell’Odissea: è infatti la storia di un adolescente che per diventare adulto deve fare esperienza del mondo. L’archetipo poi lo ritroviamo nella favole, ad esempio in quelle dei fratelli Grimm qui citatI. “Pollicino”, “Capuccetto rosso”, “Musicanti di Brema”  “Cenerentola” riecheggiano molto vagamente nelle vicende di Hanna.

 Qui però vi sono altri generi, ad esempio il fantasy ed allora viene in mente “La bussola d’oro” libro e film.

 Per la figura della donna guerriera interessante è la variante postmoderna di “Kill Bill” di Tarantino.

 

 

PERCORSI CULTURALI  PER CUI PUO' ESSERE UTILIZZATO:  Il mito della donna guerriera e sue varianti: dall’Amazzone alla sterminatrice in tuta di Tarantino e alla donna di mafia di “Gomorra”-le favole dei fratelli Grimm

 

STELLE( il punto di vista prevalente della critica italiana): ***Il regista si è cimentato sempre in film tratti da opere letterarie, quali “Orgoglio e pregiudizio” ed “Espiazione”. Qui si cimenta nel film d’azione che è nel contempo favola e romanzo di formazione. L’esito per molti non è convicente: qualcuno mette in luce positivamente il rifiuto nella figura della protagonista del modella maschile della donna guerriera.

 

VOTO/BILANCIO: 5

Criteri  soggettivi di valutazione

 Voci: 1-originalità di situazioni, visione del mondo e chiarezza/lucidità nell’esprimerla: 4

         2-  stile di regia, interpreti: 5

         3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 6

Per trama, trailer, galleria di immagini, scheda tecnica e galleria di opinionisti competenti:  www.filmtv.it

 

 




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AT THE END OF THE DAY: LA FAVOLA DEI FENICOTTERI
post pubblicato in HORROR E SOCIETA', il 7 agosto 2011

<i>At the end of the day</i>

 

Nel film dell’esordiente Alemà  l’incipit è grottescamente malinconico: due uomini in divisa, sotto la pioggia, piazzano due mine antiuomo nel fango, il più anziano racconta al più giovane  che il luogo dove sono ora gli ricorda il  “campo dei fenicotteri” nel quale venivano rinchiusi i prigionieri di guerra e da cui i pochi sopravvissuti uscivano con una gamba sola:  in quel passato di carnefice spietato l’ex soldato ha trovato il senso del suo esistere e lo ha trovato anche il compagno che vorrebbe diventare come lui.  La coppia di bruti torturatori non è un patetico retaggio di una guerra ormai finita: essi continuano a combattere, uccidono prima i cani, poi se qualche sprovveduto gruppo di hobbisti per divertirsi simulando battaglie capita nei paraggi, gli danno la caccia, fino a quando non vengono eliminati uno per uno. “At the End of The Day” illustra di fatto come il gioco della guerra sia ben più atroce nella sua insipienza della guerra stessa: in un caso la violenza ha una logica,  consente meccanismi di difesa razionali, nell’altro è fine a stessa e  con la paura dell’imprevedibile trascina la mente nel baratro della follia o della stupidità. Ragion per cui nella partita fra i crudeli assassini e i sette ragazzi che si sono avventurati nell’ex campo di prigionia non ci sono né vincitori né vinti né buoni né malvagi: tutti sono vittime del medesimo meccanismo alienante, nessuno resta lucido, si spara, si lacerano gambe e arti, si sgozza, si scappa, si litiga a sangue, ci si aggira prigionieri in un labirinto intricato di macerie e di vegetazione selvaggia e alla fine il trauma  non risparmierà neppure l’eventuale sopravvissuto.

 Fin qui dunque  siamo  nei territori spogli del videogame: uno spazio simbolicamente spaventevole, le simulazione costante del pericolo, trappole inaspettate, personalità ridotte a ruoli. Il regista viene dai videoclip e pare non ignorare che l’ antagonista reale nella partita è il giocatore/spettatore: se la tensione di questi  viene meno la sfida è perduta. Tenendo conto  dello scopo ultimo, Alemà e i suoi cosceneggiatori, Meggiolara e Persica, hanno ridotto a mera funzione interlocutoria le pause di studio delle psicologie, individuali o di gruppo, indispensabili a proporre una qualche verità relativa al fatto realmente accaduto nella ex Jugoslavia nel 1992 a cui si sono ispirati: impossibile certo sapere cosa realmente sia successo e perché, tuttavia il film, perso nelle affannose peripezie dei protagonisti,  neppure si domanda da cosa nasca realmente l’orrore di quella carneficina. “At the End of the Day” è dunque semplicemente un dignitoso horror  ossia una favola nera dove principi e principesse tornano vittoriosi, ma trasformati in fenicotteri.  

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CUORE: il luogo dove si svolge il film.

 

FATE CASO A: il dominio della paura sulla psiche è il vero tema portante del film, come di molti altri horror: ma abbiamo davvero paura del brutale assassino? Se penso che potrei perdere il lavoro, potrei finire in guai per questioni di debiti, potrei avere il cancro….gli horror in realtà sono puro relax..

 

PER UN CONFRONTO: L’archetipo è “ Dieci piccoli indiani” il giallo di Agatha Christie trasposto sullo schermo da René Clair. Moltissimi fortunati horror contemporanei lo hanno assunto come modello, apportandovi sono l’estetica degli arti maciullati.

 

 

PERCORSI CULTURALI  PER CUI PUO' ESSERE UTILIZZATO:  La degenerazione del guerriero nella cultura del postmoderno- l’esperienza ludica nel videogame come prova d’iniziazione alla società contemporanea-

 

STELLE( il punto di vista prevalente della critica italiana): **horror  rispettoso delle convenzioni del genere. Il regista è un esordiente.

 

VOTO/BILANCIO: 5.50

Criteri  soggettivi di valutazione

 Voci: 1-originalità di situazioni, visione del mondo e chiarezza/lucidità nell’esprimerla: 4

         2-  stile di regia, interpreti: 6.50

         3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 6

Per trama, trailer, galleria di immagini, scheda tecnica e galleria di opinionisti competenti:  www.filmtv.it

 

 




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CAPTAIN AMERICA-IL PRIMO VENDICATORE: CON I PIEDI PER TERRA
post pubblicato in CINEMA E STORIA, il 31 luglio 2011

Chris Evans è <i>Captain America</i>

 

 “Captain America- Il primo vendicatore”, l’ultimo stella della galassia Marvel, diretto da Johnston e sceneggiato da Markus e McFeely,  non sorprende e non delude: il supereroe, umiliato per l’aspetto meschino,  miracolato finalmente dalla scienza salva l’umanità dalle sue schegge impazzite e si vendica delle umiliazioni subite. Tuttavia nel proporre lo schema fumettistico abituale la pellicola ne va a cercare l’archetipo nelle avventure di Captain America creato da Joe Simon e Jack Kirby e arrivato nelle edicole nel marzo 1941 esattamente otto mesi prima che gli Stati Uniti entrassero in guerra contro Hitler: si trattava della storia di un ragazzo mingherlino( Chris Evans), strapazzato a Brooklings e rifiutato dall’esercito, che, grazie alle scoperte di  uno scienziato tedesco, acquista muscoli prodigiosi e realizza il  sogno di diventare  eroe sui campi di battaglia. Il film non si pone troppi problemi di natura ideologica, comunque il recupero archeologico  ha il sapore di una legittimazione etica sia della politica estera statunitense sia dall’immaginario collettivo scaturitone. In effetti chi sono i nemici e quali le qualità di Steve/ Captain America? Le lezioni della Storia si intrecciano indissolubilmente con le fantasia dei disegnatori, cosicché al nemico reale, Hitler, si sovrappone l’altro, Teschio Rosso ( Hugo Weaving), una creatura dalla faccia mostruosa, un superbo Prometeo, intenzionato a impadronirsi del pianeta; allo stesso modo agli eroi reali, i soldati in trincea, si omologano, indossando una divisa e agendo in squadra,  gli eroi di cartapesta, quelli che si esibiscono sul palcoscenico in calzamaglia con le ballerine e prendono a pugni un pupazzetto con le fattezze di Hitler.  Gli Stati Uniti proprio a partire dalla Seconda Guerra mondiale, mascherarono l’imperialismo, economico militare e culturale,  innalzando la bandiera di paladini  dell’umanità  democraticamente governata contro i tiranni e i tanti campioni in costume attillato ne divennero il simbolo, facendone le veci nell’universo su carta o su schermo: un superomismo  dunque a uso e consumo delle masse.

  “Captain America”, perché la metamorfosi si realizzi con successo, deve rimanere perciò il buon ragazzo sognatore di Brooklings, uno che impugna la lancia non per uccidere ma perché odia gli spacconi e se lo è anche lui, rimedia con la sana ironia dell’uomo comune con i piedi ben piantati a terra.

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CUORE: il costume di Captain America

 

FATE CASO A:  Il cinema americano  è alimentato sempre da un’idea di Nazione e  c’è sempre una bandiera che si innalza o si abbassa a seconda delle circostanze. Nel nostro invece le bandiere che sventolavano alle finestre in certe occasioni latitano….

 

PER UN CONFRONTO: Interessante il confronto con “Bastardi senza gloria” di Tarantino: due modi opposti di intendere il postmoderno.

 Si può anche vedere molto sottotraccia lo stessa tema sull’immagine degli eroi approfondito da Eastwood in “ Flags of Ouf Fathers”.

 

 

PERCORSI CULTURALI  PER CUI PUO' ESSERE UTILIZZATO:  La cultura del postmoderno fra fumetto e cinema-La seconda guerra mondiale: il revisionismo ironico del cinema postmoderno-

 

STELLE( il punto di vista prevalente della critica italiana): ***si dice da più parti che si tratta del migliore o uno dei migliori film prodotti dalla Marvel: merito della sceneggiatura non banale. Il 3d superfluo e sempre di film d’intrattenimento si tratta.

 

VOTO/BILANCIO: 6.50

Criteri  soggettivi di valutazione

 Voci: 1-originalità di situazioni, visione del mondo e chiarezza/lucidità nell’esprimerla: 5

         2-  stile di regia, interpreti: 7

         3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 7

Per trama, trailer, galleria di immagini, scheda tecnica e galleria di opinionisti competenti:  www.filmtv.it

 

 




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HARRY POTTER E I DONI DELLA MORTE-PARTE II: E VISSERO FELICI E CONTENTI?
post pubblicato in CINEMA E FAVOLA, il 24 luglio 2011

<i>Harry Potter e i Doni della Morte: Parte 2</i>

 

In “Harry Potter e i doni della morte-parte II’”  capita di vedere il noto maghetto con gli occhialini rotondi (Daniel Radcliffe), ormai quasi quarantenne, accompagnare il figlioletto al treno che lo porterà  alla scuola di magia di Howgarts per ricevervi la medesima istruzione del padre: un passaggio di consegne obbligato forse, ma che si tinge di malinconia. L’espressione del rampollo nato da Harry e dall’ innamorata diventata moglie non è troppo spaventata di fronte a una dimensione della realtà per lui non sorprendente: il papa gli ha  raccontato e ora lo tranquillizza, spiegandogli che il suo è un rito di iniziazione inevitabile, come per tutti i bambini il primo giorno di scuola. L’avventura presumibilmente continuerà, ma sarà un film già visto.  Malinconia dunque, perché all’inizio la Rowlings aveva saputo rinverdire l’archetipo dell’eroe salvifico in lotta contro i mostri  adattandolo ai cupi tempi moderni e i quattro registi, Newell, Columbus,  Cuaròn e Yates, che si sono succeduti nella trasposizione sullo schermo delle sue pagine ne avevano rispettato lo spirito: Yates, regista delle ultime quattro parti della saga, ha però qui l’ingrato compito di  fare presagire la futura reincarnazione del mago adolescente in uno dei tanti supercampioni creati da cinema e fumetti  destinati fra effetti speciali a sottrarre l’umanità ai funesti poteri del malvagio di turno. 

 Harry comunque perde il carisma gettando la bacchetta magica di sambuco nel precipizio, solo dopo aver dimostrato soprattutto a se stesso di non essere un falso mito:  a sua volta in “I doni della morte” Yates  ribadisce le peculiarità uniche  di un eroe insicuro di sé  tuttavia degno dell’immortalità prima di confondersi nell’anonimato piccolo borghese suscettibile di metamorfosi in un Superman qualsiasi. Il maghetto per questo combatte la battaglia definitiva proprio nel luogo, dov’è stato educato,  contro i nemici di sempre, Valdemort ( Ralph Fiennes) e complici,  aiutato dagli amici di una vita, Hermione ( Emma Watson)  e Ron ( Rupert Grint),  nonché da un esercito di pietra invocato ad hoc da un incantesimo: il redde rationem si svolge  con colori e toni da “Il signore degli anelli” fra le mura di Hogwarts assediata e ridotta in macerie, eppure non si tratta che di uno sfondo per una guerra tutta interiore, portata avanti da chi si vede appunto crollare il mondo addosso.  Chi sono io e chi sono gli altri? Bene e male indossano maschere ingannevoli? Sono queste la domanda che assillano Harry e a cui deve trovare  risposta non necessariamente per vincere ma più semplicemente per affrontare la vita da uomo maturo: mentre intorno a lui le certezze consolidate precipitano assieme alle allegre bizzarrie di Hogwrts, egli si astrae,  immergendosi nella foresta tenebrosa che abita  inesplorata in fondo alla sua anima, foresta tenebrosa che egli condivide con Valdemort. Negli abissi della psiche nascono i mostri che, se lasciati emergere, portano alla follia distruttiva, se rimossi, a una conoscenza dimezzata: Valdemort e Harry si incontrano dunque al medesimo bivio, vittoria e sconfitta coincidono e alle irraggiungibili vette dell’Olimpo si preferisce, rassegnati e saggi, i placidi mari della normalità.  Il mago illusionista svanisce nell’aria, l’adulto passeggia tranquillo per le strade urbane, compitando il suo triste  “e vissero felice e contenti”

 

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CUORE:  la bacchetta di sambuco gettata nel precipizio da Harry

 

FATE CASO A:  Si guarda Harry Potter crescere e diventare adulto e non si può fare a meno di pensare alle vicende personale dell’attore che gli ha prestato volto e corpo Daniel Radcliffe, già uscito da una clinica per disintossicarsi: chi ha avuto una fanciullezza prodigiosa, non sa spogliarsene più. Se l’epopea dell’eroe della Bowling non lo conducesse a questo dono infausto, sarebbe lui uno dei  dolenti miti del nostro tempo?

PER UN CONFRONTO: l’archetipo dell’eroe salvifico che salva il mondo dal male è antichissimo e su di esso si sono elaborati migliaia di miti e di fiabe. Al proposito se si vuole affrontare l’argomento seriamente si possono vedere gli studi di Propp sulla fiaba, ma anche i saggi di Bettlheim e le mitologie di Frey.

 Ovvi poi i rimandi alla saga della Bowling e agli altri film.

 

 

PERCORSI CULTURALI  PER CUI PUO' ESSERE UTILIZZATO: Harry Potter: la fanciullezza negata o l’ambigua mitologia del nostro tempo- L’eroe salvifico: da Eracle, agli eroi dei fumetti e a Harry Potter.-i segreti del bestseller: arte o paraletteratura?-La paraletteratura- L’eroe riflessivo e responsabile: da Giasone a Enea e agli eroi del postmoderno.

 

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STELLE( il punto di vista prevalente della critica italiana):***complemento alla prima parte dove gli eroi si preparavano all’attesa dell’azione definitiva. La maturità di Harry Potter implica una maggior concessione alla riflessione, ma soprattutto si apprezza la fattura.

 

VOTO/BILANCIO: 7

Criteri  soggettivi di valutazione

 Voci: 1-originalità di situazioni, visione del mondo e chiarezza/lucidità nell’esprimerla: 4.50

         2-  stile di regia, interpreti: 8

         3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 8

Per trama, trailer, galleria di immagini, scheda tecnica e galleria di opinionisti competenti:  www.filmtv.it

 

 




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L'ALBERO: CASETTE DIPINTE
post pubblicato in CINEMA E PSICOLOGIA, il 17 luglio 2011

Una casa di legno, tanto bizzarra da potersi confondere con le dimore dipinte dei cartoni animati,   corre,  trainata da un camion,  attraverso gli sconfinati paesaggi d’Australia e alla fine si ferma all’ombra protettiva di un enorme albero di fico; e qui,  proprio come nella belle fiabe,  vive felice e contenta la numerosa famiglia della piccola Simone ( Morgana Davies), adorata dal papa Peter ( Aden Young) e amata dalla madre Dawn ( Charlotte Gainsbourg). Eppure, come dice il saggio fratello maggiore, l’adolescente Tim ( Christian Byers),  le famiglia felici sono noiose;  pertanto è necessaria l’irruzione delle tempesta a scompigliare la placida armonia del pittoresco quadretto campestre: Peter muore all’improvviso e nella casetta sotto la pianta entra, assieme ai lugubri pipistrelli dalla finestra aperta,  la tragedia del lutto da elaborare.  Ciascuno lo fa a modo suo, cosicché  sul nucleo solidale incombe il pericolo di una frattura: la madre Dawn, dopo la depressione iniziale, trova sostegno in un altro uomo, il sensibile George (Marton  Csokas ), il solido Tim studia, lavora e pensa al futuro, i piccoli vivono ancora nel limbo dell’inconsapevolezza, mentre Simone vuole rimanere nella favola e si convince che l’anima del padre si sia reincarnata nell’albero di fico.  

 La Bertuscelli ( “Da quanto Otar è partito”),  al secondo film in “L’albero”, tratto da un romanzo di Judy Pascoe, dà spazio alle  ragioni di tutti,  tuttavia si commuove soprattutto per la battaglia della piccola Simone nel difendere quello che resta di un’ infanzia fragilmente esposta ai mutamenti improvvisi del destino: la gigantesca pianta danneggia irreparabilmente l’abitazione, dovrebbe essere abbattuta, ma la bambina si arrampica sui rami più alti,  e tira pietre  per impedirlo. Il conflitto, del resto mai aspro,  alla fine viene ricomposto o per meglio dire imposto dalla  crudeltà degli eventi naturali: non ci sono sconti al dolore, tuttavia nell’obbligo di crescere e di emigrare verso stagioni e luoghi nuovi, l’esistenza apre infinite possibilità. Natura matrigna o provvidenza?  In un mondo in cui la malvagità umana abita al di là dello steccato, non fa differenza.   

 

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CUORE: ovvio l’albero.

 

FATE CASO A: è una commedia in cui nessuno è malvagio, e questo cambia le carte in tavola: per questo si parla in letteratura di “realismo” a metà. La riflessione non è ostacolata, eppure si ferma a metà.

 

PER UN CONFRONTO: Sull’elaborazione del lutto in campo cinematografico un rimando utile per un confronto è con “La stanza del figlio” di Nanni Moretti: lì non ci sono alberi consolatori, ma vi è l’uomo da solo con il proprio dolore.

 In campo letterario non si può non citare la raccolta poetica di Ungaretti “Il dolore” per la morte del figlio Antonello.

 Forzati i rimandi all’ultimo film di Malick

 

 

PERCORSI CULTURALI  PER CUI PUO' ESSERE UTILIZZATO: l’elaborazione del lutto-  L’albero come simbolo mitico e letterario- la natura e l’uomo

 

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STELLE( il punto di vista prevalente della critica italiana):**delicato film sull’elaborazione del lutto, ma per molti è un film già visto.

 

VOTO/BILANCIO: 5

Criteri  soggettivi di valutazione

 Voci: 1-originalità di situazioni, visione del mondo e chiarezza/lucidità nell’esprimerla: 4

         2-  stile di regia, interpreti: 6

         3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 6

Per trama, trailer, galleria di immagini, scheda tecnica e galleria di opinionisti competenti:  www.filmtv.it

 




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IL VENTAGLIO SEGRETO: LE SUGGESTIONI DI FACEBOOK
post pubblicato in CINEMA ORIENTALE, il 10 luglio 2011

<i>Il ventaglio segreto</i>

 

A volte la semplice suggestione all’interno di un rapporto affettivo costituisce il più indistruttibile dei legami.  Nella Shanghai del 1997, l’anno in cui Hong Kong torna alla Cina, Nina ( Bingbing Li) e Sophia ( Gianna Jun) sono amiche e lo resteranno con il passare degli anni, mentre tutto intorno a loro si trasforma: l’una riscatta le umili origini studiando e facendo carriera, l’altra orfana di madre, cresciuta da una matrigna arcigna e da un padre rovinato dalle speculazioni in Borsa, non ha avuto altrettanta fortuna. Eppure si sono amate  e si amano intensamente, tanto da sacrificarsi l’una per l’altra, quando il destino lo impone. In “Il ventaglio segreto” di Wang ( “Smoke” , “Un amore a cinque stelle”), regista di Hong Kong convertito ai generi Hollywoodiani,   il presente di una metropoli fatta di autostrade,  cantieri in costruzione e capitalismo rampante non sarebbe in grado né di far germogliare e neppure di giustificare un rapporto a due cosi altruistico: per questo le due ragazze escludono l’arido oggi dal loro orizzonte e alimentano un anacronistico idealismo rievocando il passato remoto di una civiltà secolare in cui riti e codici cifrati celebravano la solidarietà muliebre contro una società brutalmente maschilista. Pertanto la disillusa Sophia si rifugia nell’appartamento segreto del padre, diventa scrittrice e riscrive la storia sua e dell’amica,  traslocando in un’altra epoca e trovando nomi assai più poetici: in tal modo le anonime peripezie di due giovani donne si trasformano nella tragica epopea di Fior di Neve e Giglio Bianco, legate solennemente dall’avere subito bambine la fasciatura dei piedi nello stesso giorno e dal giuramento del laotong. Siamo nelle Cina in tumulto della fine del XIX secolo e le due ragazze sono separate dalla differenza di classe, tuttavia mantengono vivo il reciproco amore comunicandosi confidenze ed emozioni nelle pieghe del ventaglio tramite il nu shu, una scrittura conosciuta solo dagli iniziati ed indecifrabile per gli altri. Mentre Sophia è in coma all’ospedale per un incidente, Nina legge il romanzo, fruga nella  memoria, cerca fra gli algidi neon di un Shanghai avveniristica i segni di un’amicizia indissolubile e li trova mettendo ordine fra le pagine del libro, a patto di identificarsi con la passione delle dolenti eroine. “Il ventaglio segreto” diventa allora un percorso di formazione  sentimentalmente trascinante come si addice a un mèlo, però monco ossia privo di punti di partenza e di approdo: la realtà pateticamente romanzesca del laotong è una giustapposizione lacrimevole a uno sfocato sfondo contemporaneo  Il disagio di due ragazze emancipate della Cina ai tempi di Facebook davvero è assimilabile al fuelleton di Fior di Neve e Giglio bianco e ai loro ventagli segreti? Perché no? Ogni epoca sa come ingannare la propria solitudine.

 

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CUORE: il ventaglio del titolo

 

FATE CASO A: alla storia allusa dai disegni dei titoli di coda: è la cosa migliore del film

 

PER UN CONFRONTO: Si può leggere il romanzo da cui è tratto il film "Fiore di neve e il ventaglio segreto" della giornalista cino-amercana Lisa See che rende più chiara gli eventi ma non aggiunge nulla di più alla visione. “Il ventaglio segreto” è in effetti il perfetto esempio di prodotto girato da un regista di Hong Hong  trapiantato a Hollywood.

 Lettura piacevole, a parte i grandi classici della letteratura cinese, come “Il sogno della camera rossa”, per comprendere il modo in cui la Cina di oggi convive con il proprio passato i bei gialli di Qiu Xialong.

 Sulla Cina contemporanea vista da Occidente vale la pena di recuperare il film di Gianni Amelio “La stella che non c’è”

 

 

PERCORSI CULTURALI  PER CUI PUO' ESSERE UTILIZZATO: il mèlo come genere d’intersezione fra Occidente e Oriente-La rielaborazione della tradizione orientale nelle contaminazioni del postmoderno- La cina contemporanea- La retorica dell’alterità: l’esotico Oriente visto da Occidente.

 

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STELLE( il punto di vista prevalente della critica italiana): **Una parte del film è ambientata nella Cina rurale del XIX secolo e una nella Shanghai di oggi. Si lamenta la mancata congruenza fra storia ed attualità.

 

VOTO/BILANCIO: 5.50

Criteri  soggettivi di valutazione

 Voci: 1-originalità di situazioni, visione del mondo e chiarezza/lucidità nell’esprimerla: 4

         2-  stile di regia, interpreti: 6

         3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 6

Per trama, trailer, galleria di immagini, scheda tecnica e galleria di opinionisti competenti:  www.filmtv.it

 




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13 ASSASSINI: LA GUERRA E' BELLA
post pubblicato in CINEMA ORIENTALE, il 3 luglio 2011

<i>13 Assassini</i>

 

 Hambei(   Masachika  Ichimura), al soldo  del feroce tiranno  Naritsugu ( Goro Hinagaki) sostiene essere dovere del samurai proteggere ad ogni costo il padrone, il prode  Shimada( Koji Yakusho) gli oppone le ragioni del popolo, oppresso dal dominio dell’arrogante nobiltà feudale del Giappone di inizio ‘800. In realtà sia l’uno sia l’altro hanno il medesimo codice di valori, pertanto mentono e forse consapevolmente: il guerriero è spinto da un terribile amore per la guerra, egli ama uccidere e  essere ucciso in una perversa combinazione di masochismo e sadismo,  per lui niente è importante se non dimostrare la propria superiorità sull’avvesario. In “13 assassini” del prolifico autore nipponico Miike e dello sceneggiatore Tengan a costituire  però l’elemento di crisi all’interno di un universo ove si vive unicamente per morire in battaglia sono le personalità antitetiche del sanguinario Naritsugo e del boscaiolo Koyata ( Yusuke Iseya) chiamato per caso a fare parte della missione liberatrice dei dodici samurai: entrambi, l’uno estremizzandola dall’interno e l’altro contestandola dal di fuori,  svelano l’equivocità di un’ideologia aristocratica, alimentata dalla violenza, dall’egocentrismo e dalla passione per l’azzardo. Il primo massacra donne innocenti, taglia loro la lingua e gli arti, il secondo irride  ai riti e alle parole d’ordine del nobili Shimada e degli eroi partecipanti all’impresa.   Entrambi ostentano fieramente la verità contro la mistificazione della retorica e degli antichi cerimoniali: Naritusugo è crudele, perché ama esserlo, perché la strage è “magnifica”, il popolano Koyata lo combatte per conquistarsi la libertà di godersi la vita con l’ amata.  Le ragioni di tutti gli altri restano invece nell’ombra: essi si assumono la missione di vendicare le carneficine perpetrate da Naritsugo solo perché è la strada più semplice per l’autoaffermazione.  Più una sfida audace contro la sorte che non una dura necessità: ad acquisirne la coscienza e a rifiutare infine il sacrificio di sé a una concezione di vita dispotica  è  Shinrukuro ( Takayuki Yamada), il nipote di Shimada, strappato dallo zio alle carte da gioco.

 Ma Miike crede al mondo alla cui estetica aderisce soprattutto nell’epica battaglia conclusiva e negli evidenti rimandi ai classici del genere a cominciare da “I sette samurai” di Kurosawa? In “13 assassini” non c’è né malinconia né ironia, bensì accademica presa di distanza da un crepuscolo ormai diventato spettacolo allo stato puro.  

 

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CUORE: la lunga sequenza della battaglia conclusiva

 

FATE CASO A: Nelle società antiche solo voci isolate contestavano la guerra, nella nostra scrittori e cineasti sono in genere pacifisti. Tuttavia le lunghe e compiaciute sequenze dedicate a battaglie e a scontri stanno a dimostrare che anche in fondo al nostro cuore si annidi l’idea che la guerra è bella.

 

PER UN CONFRONTO: Un classico “I setti samurai “ di Akira Kurosawa e in campo letterario l’archetipo “I sette contro Tebe” di Eschilo. Ma anche la rivisitazione postmoderna ed ironica del genere nella filmografia di Tarantino, in particolare “Kill Bill”.

 Sulla bellezza della guerra vedere anche il saggio di Hilmann “Un terribile amore per la guerra” e l’introduzione all’”Iialiade” di Baricco

 

PERCORSI CULTURALI  PER CUI PUO' ESSERE UTILIZZATO: il codice eroico rivisitato dalla cultura postmoderna- l’amore terribile per la guerra-

 

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STELLE( il punto di vista prevalente della critica italiana): ***Uno fra i più prolifici registi giapponesi, Miike, affronta nella storia di samurai ambientata nel Medio Evo giapponese del primo ‘800 alla maniera classica uno dei generi classici dei cinema nipponico. Grande mestiere e un po’ d’accademia.

 

VOTO/BILANCIO: 7

Criteri  soggettivi di valutazione

 Voci: 1-originalità di situazioni, visione del mondo e chiarezza/lucidità nell’esprimerla: 7

         2-  stile di regia, interpreti: 7

         3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 7

Per trama, trailer, galleria di immagini, scheda tecnica e galleria di opinionisti competenti:  www.filmtv.it

 

 




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THE HUNTER: RANCORI NELLA NEBBIA
post pubblicato in CINEMA IRANIANO, il 26 giugno 2011

<i>The Hunter</i>

 

Alì Alavi ( lo interpreta lo stesso regista, il quarantatreenne  iraniano Pitts) fuggendo in auto, inseguito da una pattuglia della polizia di Stato, percorre le strade di montagna a nord di Teheran avvolte dalla nebbia. Ed è in quella nebbia che si è svolto o si svolgerà quella parte del dramma che lo spettatore non vede in “The Hunter”: la stessa Teheran cela i suoi arcani dietro le apparenze di una metropoli moderna caratterizzata da gigantesche arterie stradali trafficate e da enormi condomini popolari  costruiti sotto i pilastri dei cavalcavia; e nessuno degli attori della vicenda, a cominciare dal misterioso e laconico protagonista,  rivela i moventi della propria violenza.  Ad Alì la polizia sparando contro i dimostranti in una manifestazione ha ucciso per errore la moglie ( Mirra Hajjar) e la figlia bambina ( Saba Yaghoobi)  e lui per vendicarsi spara dall’alto di una collina contro due poliziotti presi a caso; ma la sua storia inizia molto prima, da quando è stato in prigione. Cosa lo ha spinto ad infrangere la legge? E’ un comune delinquente o si è opposto alla teocrazia? Uscito di prigione, lavora come guardiano notturno e quando è libero passa gran parte del suo tempo sulle montagne con il  fucile da caccia. Perché continua a soffrire, perché continua a sentirsi solo, perché la sua vita familiare, nonostante appaia idilliaca, è connotata da uno spaventoso silenzio?  E chi sono davvero i due  che gli danno la caccia e lo catturano, quando lui braccato fugge in montagna? Indossano la divisa, sono colleghi delle uomini assassinati  da Alì,  eppure non hanno né  spirito d’appartenenza né senso del dovere,  anzi nutrono un odio profondo l’uno per l’altro e  i motivi non sono certo chiariti dalle parole ambigue che si rivolgono l’un l’altro e al prigioniero.

 Evidente l’intento dell’autore,  qui anche sceneggiatore, di contrapporsi al cinema iraniano  d’ispirazione neorealista più noto: “The Hunter”  è un film d’atmosfere imperniato sull’alienazione psicologica conseguente alla condizione politica del suo Paese, a cui rimanda nei titoli di testa  la fotografia manifesto del 1980  dei pasdaran in moto. Pitts ha scelto  di evidenziare i sintomi del male, lasciando nell’ombra le cause profonde:  volti anonimi scolpiti dal rancore e dal dolore percorrono il bosco; non troveranno mai una vita d’uscita dall’intrico dei sentieri, l’inverno brumoso non avrà mai fine.

 Preferendo l’evocazione simbolica alla  specificità della situazione ed eguagliando Teheran alla classica giungla urbana del cinema statunitensel però  la prospettiva si amplia a tal punto da diventare indefinita: il totalitarismo iraniano o il capitalismo selvaggio d’Occidente sono la perfetta concretizzazione dell’homo homini lupus oppure al contrario portano alle luce gli aspetti deteriori e più feroci in persone come Ali che altrimenti vivrebbero un’esistenza pacifica in famiglia?  Se non si dà una risposta, le rivoluzioni, pacifiche o meno,  sono la medesima beffa…

 

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CUORE: la nebbia e il volto coriaceo di Alì.

 

FATE CASO A: se vi piacciono le scene di inseguimento in automobile qui ne avete una nella nebbia di notevole efficacia.

 

PER UN CONFRONTO: Sugli effetti del totalitarismo il modello ineguagliabile resta “La vita degli altri”- Evidente poi l’influenza in “The Hunter” del cinema di genere statunitense anni ’70 ad esempio “Diry Harry” di Don Siegel o la filmografia di Cassavetes.

 

PERCORSI CULTURALI  PER CUI PUO' ESSERE UTILIZZATO: la teoria dell’homo homini lupus- la giungla metropolitana- il cinema iraniano-la fenomenologia dei totalitarismi-la figura del giustiziere-le selve dalla perdizione dal poema epico al cinema contemporaneo

 

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STELLE( il punto di vista prevalente della critica italiana): *** Grande ammiratore del cinema statunitense anni ’70 l’iraniano  Pitts tenta di rappresentare in una storia di vendettaun un Iran inedito, tanto che, alcuni dicono,  siamo a Teheran ma non sembra di esserci. 

 

VOTO/BILANCIO: 6

Criteri  soggettivi di valutazione

 Voci: 1-originalità di situazioni, visione del mondo e chiarezza/lucidità nell’esprimerla: 5

         2-  stile di regia, interpreti: 7

         3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 6

Per trama, trailer, galleria di immagini, scheda tecnica e galleria di opinionisti competenti:  www.filmtv.it

 

 

LA VENERE NERA: NOTE STRIDENTI
post pubblicato in IL MITO DEL BUON SELVAGGIO AL CINEMA, il 19 giugno 2011

<i>Venus noire</i>

 

Vi sono biografie impossibili da ricostruire: memoria ed immaginario collettivi ne hanno sfigurato i tratti, sovrapponendo la maschera della caricatura all’espressività multiforme del volto. Ed è questa verità oltraggiata che lo spettatore si trova subito davanti quando il viso della “Venere ottentotta” invade la scena, addirittura straripa dai confine ristretti dello schermo: ciò che la parola o il gesto non possono manifestare, si accumula e grava sui lineamenti tumefatti ed è un urlo muto e per questo tanto più agghiacciante. E’ di fatto un identità storpiata  quella di  Saartjie (Yahima Torrès), una donna sudafricana, esibita da cinici sfruttatori per le peculiarità fisiche fra il 1810 e il 1817,  prima a Londra nei circhi umani poi nel salotti dell’aristocrazia parigina e nei bordelli, infine, da morta, trasformata in un grottesco calco,  sui banchi dell’Accademia Reale delle Scienze di Francia.

La Venere nera “ di Kechiche( “La schivata”, “Cous-Cous” ) vuole  osservare a distanza ravvicinata la tragica mutilazione di un’identità individuale in stereotipo vivente e in feticcio da esposizione: per questo non racconta la parabola discendente di Sartjie in modo lineare assumendo la prospettiva distanziante del cronista ommnisciente ed oggettivo. Al contrario la macchina da presa entra nel cuore della passione della donna-fenomeno, ne dilata i tempi, frammentandone le tappe salienti in atti: gli attori del dramma sono costretti ad esibirsi fra fondali diversi di un medesimo palcoscenico, gli spettatori sono subdolamente chiamati ad assistere al turpe spettacolo, a sentirsene chiamati in causa come testimoni. L’indegna rappresentazione non ha né azione né dialoghi, il dramma è monotono, esasperante nella ripetitività: un corpo,  percepito come mostruoso, si contorce grugnendo dentro una gabbia  o in un eleganti salotto nobiliare, attorno figure anonime urlano, applaudono, si avvicinano, ne sfiorano le pelle, la accarezzano lascivamente, alcuni ridono, altri si allontanano disgustati o impietositi. Lei non si ribella, docile recita la parte di “selvaggio attribuitale”, piange talvolta; le grottesche performance di lei suscitano o morbosa curiosità, romantici desideri di esotiche evasioni e persino dotte elucubrazioni scientifiche.  “Dirò che sei una principessa…le fanciulle saranno contente”,  le dice il giornalista intervistandola: il “diverso” è pur sempre una costruzione  forzata di secoli di miti,  tradizioni e pregiudizi. Si vedono in schiave umiliate esotiche principesse e  solo lo sguardo ferito dell’”Ottentotta” vede il mondo per quello che è.

La Venere nera” scava pertanto nell’ambiguità delle categorie di pensiero di gran parte della cultura europea, illuminismo compreso: in una tribunale londinese, mentre si dibatte il caso di Sartjie si sente dire che la protezione dei diritti anche dei deboli attesta la grandezza di una civiltà ed è una nota stridente!

 

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CUORE: il volto di Sartjie

 

FATE CASO A: Come trovate Sartjie? La risposta verrà, immagino spontanea, ma se ci pensate bene la prontezza della risposta, la difficoltà nel darla o il pensiero che la domanda sia inutile è la prova della forza invincibile dei pregiudizi

 

PER UN CONFRONTO: le riflessioni sui selvaggi o sulla diversità ha una lunga riflessione, a cominciare da Erodoto, Montaigne, Rousseau. Di tale riflessione il film può costituire un capitolo interessante.

Un confronto interessante è con il film di Malich “The New World”, la cui protagonista femminile può rievocare l’eroina di “La Venere nera”

 

PERCORSI CULTURALI  PER CUI PUO' ESSERE UTILIZZATO: -il mito del buon selvaggio- illuminismo e pregiudizi- la retorica dell’”altro da sé”

 

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STELLE( il punto di vista prevalente della critica italiana): *** la biografia della “Venere Ottentotta” nella quale l’autore di “Cous-cous”  pur non rinunciando al suo consueto stile di regia iperrealistico si cimenta nella ricostruzione d’ambiente in costume.

 

VOTO/BILANCIO: 6.50

Criteri  soggettivi di valutazione

 Voci: 1-originalità di situazioni, visione del mondo e chiarezza/lucidità nell’esprimerla: 5

         2-  stile di regia, interpreti: 8

         3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 6

Per trama, trailer, galleria di immagini, scheda tecnica e galleria di opinionisti competenti:  www.filmtv.it

 

 




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LE DONNE DEL SESTO PIANO: NON PER PAURA MA PER INVIDIA!
post pubblicato in L'IMMIGRAZIONE AL CINEMA, il 12 giugno 2011

Chissà come vivono, al di là degli stereotipi, gli immigrati  che popolano i “sesti piani” dei nostri quartieri o delle nostre case, cucinano per noi, stirano e accudiscono bambini e anziani. In “Le donne del sesto piano” il regista Philippe Le Guay ( “Il costo della vita”), adorato durante l’infanzia da una tata spagnola, e il cosceneggiatore Tonnerre ci  rappresentano  l’universo dei lavoratori stranieri più umili ricorrendo  agli  stereotipi opposti a quelli abituali: l’allegra solarità delle esuberanti donne spagnole riporta in vita, come un farmaco ricostituente, l’asfittica esistenza di una borghesia parigina, annoiata da rituali ripetitivi e mestieri aridi. La quotidianità  di Jeans Louis Joubert ( Fabrice Luchini) e della moglie Suzanne ( Sandrine Kiberlain) è routine senza sbavatura alcuna: lui si alza alla stessa identica ora, fa colazione con un uovo alla coque cotto per tre minuti e mezzo, va in un grigio ufficio del centro; lei si incontra con le amiche per il tè, visita le gallerie d’arte o gli atelier delle sarte.. La vicenda è ambientata negli anni 60’ quando dalla Spagna di Franco,  molte donne emigravano in Francia per fare le domestiche presso le famiglie agiate.  Nell’elegante palazzo parigino dove abitano i Joubert la mansarda è destinata alle serve spagnole, una delle quali Marie ( Natalia Verbeke) conquista il padrone. Ma è soprattutto la scoperta sorprendente di un mondo antitetico al suo a sconvolgere Jean Louis e a scatenare la rivoluzione nell’algido condominio: nella soffitta con il bagno ostruito si urla di dolore o di gioia, si piange per le violenze subite, si prega  la Madonna, si maledice Franco e i capitalisti, si attende con ansia febbrile una lettera; fra gli impeccabili arredi degli alloggi padronali al contrario ci si muove con passi felpati, si dicono e si odono le medesime

parole ogni giorno per decenni, e gli adolescenti viziati, futuri sessantottini, protestano per capriccio o per noia.  Una scala a chiocciola apre il passaggio al sottotetto, ma non c’è scambio paritario fra ricchi e proletari, giacché  i primi non avendo nulla da offrire si prendono l’unico bene di cui gli altri dispongono giocoforza in abbondanza ossia l’ottimismo.

La contrapposizione  fra un freddo “Nord”  benestante e un caldo “Sud”  indigente e libero,   non nuova, ha un che di schematico nel ritratto d’ambiente, tuttavia la mano leggera di Le Guay finisce con il cogliere nel luogo comune almeno quel frammento di verità trascurato dai molti report sociologici sull’argomento:  la necessità di sopravvivere in condizioni di difficoltà estreme obbliga ad enfatizzare sentimenti di solidarietà, fedi religiose o politiche e tradizioni culinarie. La corrosività satirica della pellicola certo si  mitiga nella seconda parte, dove prevale la favola sentimentale dell’amore che infrange le barriere di classe, tuttavia il romantico paradosso sotteso rimane: si vogliono cacciare gli estranei dalle soffitte non perché se ne ha paura, ma perché li si invidia.

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CUORE: la scena in cui Suzanne dice alle amiche guardando il marito andare via in auto con le spagnole: “Hanno ragione loro: loro sono vivi, noi siamo morti”

 

FATE CASO A: guardando le spagnole che aiutano cantando Marie a pulire la casa dei Joubert non si può fare a meno di pensare che sia molto più facile essere allegri in compagnia che da soli…o forse sono cose diverse?

 

PER UN CONFRONTO: la contrapposizione fra un metaforico Nord algido e un Sud solare è tema nobile,che inizia con il determinismo geografico presente nelle letterature classiche fino alla poesia di Montale.

 Per i film il confronto più ovvio è con la situazione raccontata da Lecomte “Confidenze troppo intime”

 

PERCORSI CULTURALI  PER CUI PUO' ESSERE UTILIZZATO: Il nord e il sud come metafora di concezione di vita: dal determinismo geografico alla poesia di Montale al cinema e alla cultura contemporanea- Aspetti marginali del fenomeno dell’emigrazione- Il riscatto dell’immigrato nella cultura contemporanea

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STELLE( il punto di vista prevalente della critica italiana): ***commedia intelligente, nata dai ricordi dello stesso regista allevato da una tata iberica.

 

VOTO/BILANCIO: 6.50

Criteri  soggettivi di valutazione

 Voci: 1-originalità di situazioni, visione del mondo e chiarezza/lucidità nell’esprimerla: 6

         2-  stile di regia, interpreti: 7

         3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 7

Per trama, trailer, galleria di immagini, scheda tecnica e galleria di opinionisti competenti:  www.filmtv.it

 

 




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TUTTI PER UNO: LA PIOGGIA SUI VETRI
post pubblicato in CINEMA DELL'INFANZIA, il 5 giugno 2011

<i>Tutti per noi</i>

 

 

Milana( Linda Doudaeva) e Blaise ( Jules Ritmanic) sono in vacanza insieme; sono entrambi alle soglie dell’adolescenza, lui non è ancora un uomo e lei non ancora una donna, eppure non sono più bambini: i loro corpi si sfiorano mentre guardano la pioggia dai vetri di una finestra formare strisce d’acqua lunghe e sottili che si intrecciano e poi svaniscono, come fossero destini. E il destino lì riporta a quella finestra ormai vecchi: siamo nel 2067, hanno vissuto un esistenza lontano l’una dall’altra, il paesaggio attorno a loro è mutato, le case sono bianche, asettiche, silenziose. Per riempire quel vuoto non rimane che la memoria di un momento lontano  di un’infanzia coraggiosa e felice: il film di Goupil è appunto il racconto di un’avventura vissuta da un gruppo di ragazzini a Parigi negli anni recenti in cui il governo di Sarkozy decide l’espulsione dei sans papier.

 Se noi vivessimo nel migliore dei mondi possibile, i bambini avrebbero il loro paradiso, impenetrabile ai meschini interessi degli adulti; purtroppo così non è, e Blaise, Malena e i loro amici quel paradiso devono proteggerlo con la fuga. Malena è cecena, la  famiglia non ha i documenti in regola e quindi dovrebbe lasciare il Paese, se i compagni  non mettessero in atto un piano per salvarla.  “Les main en l’air” è di fatto la storia di una lotta disperata di un assedio, conclusosi con la resa incondizionata degli assediati: a braccare i piccoli eroi è non tanto la polizia di Stato bensì il senso di colpa per una felicità non consentita. La piccola cecena soffre per la vergogna di stare bene con Blaise e la madre di lui Cendrine ( Valeria Bruni Tedeschi) in campagna, lontana dalla città e dai parenti, ma  i grandi proiettano un’ombra ingombrante su tutto il piccolo gruppo.  

 La forza dei piccoli sta però nella capacità di   abitare, estraniandosi,  un universo separato,  di cui poi una volta cresciuti e “regolarizzati” proveranno per sempre nostalgia: il sentimento dell’eden perduto e il tentativo di delinearne i connotati è la parte migliore del film, nella quale lo spettatore dimentica il contesto e segue affascinato le peripezie della banda fra nidiate di topolini, liquirizie rubate e bagni sul fiume. Goupil si mostra qui consapevole che le rivoluzioni infantili non muovono da ragioni ideologiche o sociali quanto piuttosto dal gusto innato per la trasgressione: per questo affida quasi esclusivamente alla passione civile dell’adulta Cendrine il ruolo di coscienza critica senza se e senza ma nei confronti della politica governativa contro gli immigrati.  Ma il lungometraggio fallisce proprio nel contrapporre alle genuinità fantastica dei ragazzini un mondo adulto dogmaticamente chiuso fra convinzioni assolute, paure, isterie e obbedienza acritica alle imposizioni governative. La pioggia conosce forse i principi, nobili o ignobili,  di coloro di cui cadendo disegna e confonde sui vetri i destini?

 

 

CUORE: la sequenza in cui i bambini escono dal rifugio con le  mani alzate: è anche il titolo originale del film “Le mains en air “

 

FATE CASO A: la similitudine fra l’acqua piovana sul vetro della finestra e il destino degli individui sarebbe banale se letta in un libro, al cinema diventa invece perlomeno suggestiva.

 

PER UN CONFRONTO: tutta la tradizione soprattutto francese sull’infanzia come scuola di libertà: si può citare il solito Truffaut, Vigo. Un bel film abbastanza recente con cui si può confrontare l’opera di Goupil è “Stella” di Verheyde.

 Sull’infanzia in letteratura i testi sono tantissimi a cominciare dai classici “Pinocchio” “Alice nel paese della meraviglie” : queste opere sono accomunate dall’affidare al bambino il ruolo di coscienza critica della società, alla quale si contrappongono per la fantasia e la creatività. Il fanciullo è dunque capace di vedere le cose che gli adulti non vedono: si veda Pascoli o la filosofia di Gian Battista Vico

 

PERCORSI CULTURALI  PER CUI PUO' ESSERE UTILIZZATO: l’Infanzia fra idealizzazione filosofico letteraria e realtà-

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STELLE( il punto di vista prevalente della critica italiana): ***si apprezza l’aver trattato la questione degli immigrati in modo originale dalla prospettiva di un gruppo di bambini

 

VOTO/BILANCIO: 6.50

Criteri  soggettivi di valutazione

 Voci: 1-originalità di situazioni, visione del mondo e chiarezza/lucidità nell’esprimerla: 6

         2-  stile di regia, interpreti: 7

         3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 6

Per trama, trailer, galleria di immagini, scheda tecnica e galleria di opinionisti competenti:  www.filmtv.it

 

 




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THE TREE OF LIFE: DE RERUM NATURA
post pubblicato in CINEMA ED ETICA, il 29 maggio 2011

<i>The Tree of Life</i>

 

Ogni storia individuale racchiude in sé sintetizzandola la vita dell’intero universo: nascita, sviluppo, morte, gioia, dolore, bene e male, amore e odio. E’ il postulato sotteso al poema sinfonico/ didascalico del mitico Malick: un “De rerum natura”, nel quale l’autore, nutrito di cultura filosofica e  traduttore di Heidegger, traccia, fermandone le immagini esemplari,  i capitoli essenziali della venuta alla luce del cosmo e ipotizza la conclusione della Storia umana in una  dimensione “ altra” tramite una suggestiva sequenza,  nella quale padri madri e figli, dopo aver attraversato il mare, riconciliati si ritrovano e camminano insieme verso un altrove fuori dal tempo. Ma cosa tiene insieme il Big Bang, i dinosauri e gli O’Brien, una comune famiglia  piccolo borghese statunitense degli anni 50’? E’ l’esperienza del trauma. Dalla lacerazione violenta nascono dal nulla galassie e pianeti,  dal dolore  la conoscenza.

 “The Tree of Life” affida pertanto il ruolo di io narrante al flusso di coscienza memoriale del cinquantenne Jack ( Sean Penn): immerso in un opprimente paesaggio urbano dei nostri giorni egli viene raggiunto dalle onde emotive dei ricordi, la morte improvvisa di un fratello amato, la lotta dolorosissima con un padre frustrato ed opprimente ( Brad Pitt), il legame profondissimo con la tenerissima figura materna( Jessica Chastains). A imprimere il movimento interiore di Jack sono però le eterne domande sul senso dell’esistere, nonché la disperata volontà di trovarvi una risposta: chi siamo e dove andiamo, perché gli innocenti soffrono e i malvagi trionfano? E dall’immersione negli abissi della psiche scaturiscono frammenti sparsi, tasselli mancanti da integrare, l’epopea delle specie e la fede o l’illusione di un Dio demiurgo: funghi atomici, desertificazioni, lutti ingiustificabili, ma anche l’epifania miracolosa dai secoli preistorici della pietà di un dinosauro, la bellezza della creazione e l’arte evocata dalla musica, dalle immagini e dalle citazioni poetiche dei sacri testi. Dalla conflagrazione e dalla ricomposizione è sorto il cosmo; un  padre, incarnazione di una natura crudele,  si è innamorato di una madre mite, incarnazione delle Grazia, e dalla loro unione è nato l’uomo, destinato alle sventure di Giobbe e nel contempo al dono  dell’esistenza.   

Innegabile comunque  che la desultoria cosmogonia di Malick imponga allo spettatore una maratona faticosa; non è neppure certo che riesca ad aggiungere qualcosa di significativo alla visione del mondo di ciascuno. Eppure è l’occasione giusta per chiederselo: noioso significa sempre brutto o la domanda stessa è già una risposta?  

 

 

CUORE: la sequenza in cui gli 0’Brien si ritrovano su un spiaggia insieme a molte altre famiglie

 

FATE CASO A: il film, come sempre avviene, suscita reazione contrastanti, ma forse è l’occasione giusta per chiederci se un film è noioso significa anche che sia brutto o non più semplicemente che sia faticoso.

 

PER UN CONFRONTO: Sono tanti i confronti che possono essere suggeriti, basti pensare al mitico “2001. Odissea nello spazio”, ma più utile è una rilettura con testi letterari e filosofici fondamentali per la cultura contemporanea e non solo: il  e “L’essere e il tempo” di Heidegger. Vi sono poi le varie cosmogonie, dalla “Teogonia” di Esiodo al “De rerum natura” di Lucrezio

 

PERCORSI CULTURALI  PER CUI PUO' ESSERE UTILIZZATO: L’esperienza del dolore-cinema e filosofia-Heidegger- cosmogonie letteraria e filmiche, da Lucrezio a Kubrick

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STELLE( il punto di vista prevalente della critica italiana): ****?poetico e sperimentale e come sempre avviene per opere del genere alcuni gridano alla bufala amata altri al capolavoro.

 

VOTO/BILANCIO: 6.50

Criteri  soggettivi di valutazione

 Voci: 1-originalità di situazioni, visione del mondo e chiarezza/lucidità nell’esprimerla: 6

         2-  stile di regia, interpreti: 8

         3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 5

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IL RAGAZZO CON LA BICICLETTA: LA SCOMESSA DI DIO
post pubblicato in CINEMA ED ETICA, il 22 maggio 2011

<i>Le gamin au velo</i>

Nella filmografia dei fratelli Dardenne il frastuono degli inferni urbani non lascia spazio alla musica: né le melodie angeliche dei Maestri né le canzonette leggere distraggono  l’umanità abbruttita dalla miseria materiale ed etica rappresentata nei loro film. Dio allora tace, avvilito, privo di speranze: gli uomini hanno scommesso su di lui, ma lui non scommette più sulla loro bontà e sulla possibilità di un loro riscatto.  In “Le gamin au vélo”, mentre il dodicenne Cyril ( Thomas Doret) spinge con rabbia la sua bicicletta per la vie di una cittadina belga, Dio invece parla e non una volta sola: si ode l’inizio del Quinto concerto per piano di Beethoven, ma è un istante, poi la breve frase svanisce per ripresentarsi ancora a intermittenza. Arte e bellezza aprono squarci inaspettati sull’esistenza di un bene invisibile e immateriale, forse di origine divina e  sulla presenza di una realtà morale oltre le apparenze  scommettono ostinatamente i protagonisti della pellicola degli autori belgi.

“ Perché mi hai voluto con te?” chiede perplesso Cyril, il ragazzino abbandonato dal padre in un istituto,  a Samantha( Cécile de France), la parrucchiera disposta ad accoglierlo durante i fine settima; “Non lo so” è la risposta di lei.  Né l’uno né l’altra sanno dare un nome all’impulso etico che li domina: avvertono però confusamente in sé la prossimità a un altrove, non soggetto alle leggi della società,  ma comprendono che il contatto con esso è precluso  a chi, fatto l’esperienza del male, non sa andare oltre.  Il destino del piccolo   Cyril sarebbe segnato in una vita ridotta a mera lotta per la sopravvivenza, nella quale il forte domina e il debole soccombe: rifiutato dal padre, sedotto da uno spacciatore, non avrebbe storia, se non ci fosse la  bicicletta recuperata  a salvarlo. La bicicletta è lo strumento della liberazione morale, specularmene a come nel capolavoro di De Sica, a cui significativamente il titolo allude,  era la possibilità negata di un affrancamento dalla miseria materiale:  lì la bici veniva rubata, qui viene venduta dal padre, ricomprata da Samantha, poi sottratta a Cyril da un teppista e infine ripresa definitivamente.  Egli pedala con tutta l’energia che un corpo magro di dodicenne gli consente: cosa gli dà la forza di rialzarsi in piedi dopo le violenze morali e fisiche subite? La certezza che quaggiù nel nostro buio mondo arrivi almeno il riverbero dell’armonia delle sfere celesti, la scommessa di Dio sulla bontà degli uomini.

 

 

CUORE: l’attacco del concerto Quinto per piano di Beethoven

 

FATE CASO A: avete notato qualcosa di superfluo? Beata stringatezza.

 

PER UN CONFRONTO: la filmografia dei fratelli Dardenne. Vale però la pena di riflettere sulla vitalità etica e sulla problematicità degli autori che si ispirano ai valori religiosi: sono interessanti da questo punto di vista i bellissimi romanzi di Mauriac, i cui protagonisti però appartengono in genere all’alta borghesia.

 Evidente qui il riferimento a “Ladri di biciclette”.

 

PERCORSI CULTURALI  PER CUI PUO' ESSERE UTILIZZATO: padri e figli- la rivoluzione dei Vangeli nel cinema contemporaneo- il neo realismo: ieri e oggi-scrittori e cineasti cattolici- la ricerca dell’etica nella cultura contemporanea- l’infanzia portatrice di verità morale-

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STELLE( il punto di vista prevalente della critica italiana): *****il cinema dei Dardenne convince sempre. Qui si è notato un pizzico di ottimismo in più.

 

VOTO/BILANCIO: 9

Criteri  soggettivi di valutazione

 Voci: 1-originalità di situazioni e visione del mondo: buono

         2-  stile di regia: ottimo

         3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: ottimo

Per trama, trailer, galleria di immagini, scheda tecnica e galleria di opinionisti competenti:  www.filmtv.it

 

 




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NOTIZIE DEGLI SCAVI: INVEROSIMIGLIANZE
post pubblicato in CINEMA E LETTERATURA, il 16 maggio 2011

<i>Notizie degli scavi</i>

 

                                                                                             

Non hanno un nome proprio “Il professore” ( Giuseppe Battiston) e “La marchesa” ( Ambra Angiolini) e forse per questo finiscono con il trovarsi sullo stesso sentiero appartato fra i ruderi: lui, quarantenne obeso senza mestiere,  fattorino in una casa d’appuntamenti in cambio di cibo e alloggio, deve il soprannome al lessico obsoleto imparato su guide turistiche e libri scovati un po’ ovunque per caso;  lei, prostituta depressa, deve il titolo nobiliare del nomignolo all’aristocratico distacco con cui guarda l’ambiente sordido in cui vive come se non ne facesse parte. Entrambi in realtà vengono da un pianeta diverso, separato nel tempo e nello spazio dalla città per le cui strade essi camminano simili a bizzarre e malinconiche presenze evocate dalle antiche rovine. 

 “Notizie degli scavi” di Emidio Greco, liberamente tratto da un racconto di Franco Lucentini degli anni ’60,  prospetta di fatto infinite speranze di realizzazione esistenziale e sentimentale a chi-e oggi sono in molti- considera la società contemporanea allo stregua di un bordello a cielo aperto: non è certo un caso che a fare da pronubo alla coppia siano la corsia dell’ospedale dove la donna è ricoverata dopo un tentato suicidio, e la Villa Adriana a Tivoli, luoghi specularmene salvifici rispetto a un mondo nel quale   la malattia e la memoria del passato sono oggetto di ripulsa..  E’ quella fra i due   una love story senza passione burrascosa o erotismo: essi in fondo sono troppo simili per attrarsi sul piano  sessuale o su quello caratteriale, cosicché a fare scoccare la scintilla è piuttosto il riconoscersi  come esuli messi al bando dal resto dell’umanità. Entrambi sono pateticamente irreali;  la loro storia ha la bizzarra inverosimiglianza di una favola, destinata però agli adulti chiamati a ritrovare in sé l’innocenza delle emozioni e la musicalità di un vocabolario sottratto alla  mortificazione della lingua omologata dei mass media.” Perché si scava se non si sa neppure cosa si trova?”così viene domandato al professore da un amica prostituta, ma non scaviamo proprio perché non sappiamo ciò che troveremo? La memoria della felicità, lo dice Ornella Vanoni nella canzone sui titoli di coda, è nascosta.

 

 

CUORE: la lunga passeggiata del professore a Villa Adriana a Tivoli

 

FATE CASO A: la canzone cantata da Ornella Vanoni sui titoli di coda. Vi si trovano espressioni come “nascosta nella memoria della felicità”

 

PER UN CONFRONTO: Vale la pena di recuperare i tre racconti degli anni 60’ che Franco Lucentini scrisse senza l’inseparabile Carlo Fruttero. Sul rifiuto del linguaggio standard vale la pena di rileggersi invece Pasolini ma anche le riflessioni sugli ultimi moderni di Eugenio Scalari “Per l’alto mare aperto”

 

PERCORSI CULTURALI  PER CUI PUO' ESSERE UTILIZZATO: l’incontro d’amore nel cinema e nella letteratura- il rifiuto dell’omologazione del linguaggio nella letteratura italiana del Dopoguerra.

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STELLE( il punto di vista prevalente della critica italiana): ****storia di un incontro fra emarginati toccante.

 

VOTO/BILANCIO: 7

Criteri  soggettivi di valutazione

 Voci: 1-originalità di situazioni e visione del mondo: 6

         2-  stile di regia: 7

         3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 8

Per trama, trailer, galleria di immagini, scheda tecnica e galleria di opinionisti competenti:  www.filmtv.it

 

 




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SOURCE CODE: IL DUBBIO DEL PROFESSORE DI STORIA
post pubblicato in CINEMA ED ETICA, il 8 maggio 2011

<i>Source Code</i>

 

 

                                                      Il tempo è un’illusione della mente? Scoprirlo è la vera sfida di Colter ( Jake Gyllenhall), militare   inviato  in missione su in treno già fatto esplodere  da una bomba per trovare l’attentatore: al fine di riportare indietro le lancette dell’orologio, egli deve entrare ripetutamente nella mente di una vittima della strage, l’insegnante di storia Sean, il cui cervello  ha una vita residua di otto minuti; il prodigio è possibile grazie a un marchingegno impiantatogli nelle testa denominato appunto “codice sorgente” –Source Code-

 Realtà, sogno o delirio? Chi sta in platea se lo domanda  all’inizio del lungometraggio, condividendo il medesimo smarrimento del protagonista, quando in un vagone gremito di pendolari diretto a Chicago si sente chiamare affettuosamente da una bella ragazza bruna ( Michelle Monaghan) con un nome non suo e guardandosi allo specchio vede il viso di uno sconosciuto; poi il treno salta in aria,  lui si risveglia dentro una cabina di acciaio e una donna da uno schermo ( Vera Farmiga) gli spiega  poco per volta l’arcano.

 Siamo ovviamente nell’improbabile antimondo della fantascienza, al quale approssimative nozioni di fisica, quantistica in questo caso, forniscono un labile supporto razionale, tuttavia Duncan, qui alla seconda prova dopo il felice esordio di “Moon”, e lo sceneggiatore Ripley, per  allertare la mente dello spettatore  giocano soprattutto sull’etica e sulla retorica dei sentimenti. La caccia al terrorista folle non conosce troppi ostacoli e quindi resta quasi sullo sfondo: l’impresa eroica di Colter consiste piuttosto nel costruirsi un’identità alternativa in una manciata di minuti, visto che sia lui sia Sean sono stati cancellati come individui, l’uno dalla “ragion di Stato”,  l’altro dall’attentato.  Il suo continuo ritorno sul convoglio dell’imminente massacro è in realtà un tentativo disperato di salvare dal naufragio la parte migliore di sé e dello sventurato di cui egli condivide cervello e tragica sorte.  Colter,  ribellandosi agli ordine dei superiori e alle leggi infrangibili della temporalità,  si addossa così  il gravoso compito  di scegliere ciò che merita di rimanere integro: si tratta dell’amore, dell’affetto filiale e  infine del desiderio utopico di regalare un istante di spensieratezza ai compagni di  viaggio, offrendo del denaro a un comico lì presente per un’esibizione improvvisata.

   La morale implicita è certo ottimistica:  per quanto una società gerarchizzata  gli  imponga la prigionia  di un’esistenza artificiosa all’interno di una capsula,  all’uomo è consentito sottrarsi a ogni sudditanza tramite l’esercizio della libera volontà. Ma quale realtà egli è in grado di dominare? Le cose succedono solo nella  mente oppure sono autonome da essa? La questione merita le dissertazione di illustri filosofi, eppure è felice intuizione di “Source code” insinuare almeno un dubbio, pur nell’ottemperanza agli obblighi imposti da Hollywood: un pacifico docente di Storia va a passeggio con l’innamorata, si ferma ad un tratto, a lei domanda “Credi al destino?” e a se stesso se alla Storia ci crede davvero.  

 

 

CUORE: la sequenza in cui il tempo sembra fermarsi, tutti i pendolari sul treno spengono cellulari e computer e ridono guardando l’esibizione del comico. Utopia, speranza?

 

FATE CASO A: Che fareste voi se vi restassero solo pochi minuti di vita? Mah…forse un bel niente: il panico ce lo impedirebbe Ma il cinema, si sa, è retorica dei sentimenti e l’ultima telefonata al cellulare è uno delle sue convenzioni.

 

PER UN CONFRONTO: Si può rivedere “Ricomincio da capo “ di Harold Ramis, ma per la tematica della vita simulato il confronto migliore è con “Matrix” e le letture filosofiche da esso evocate in particolare i testi filosofici di Jeans Braudillard

 

PERCORSI CULTURALI  PER CUI PUO' ESSERE UTILIZZATO: scienza e cinema- il tempo interiore-il viaggio del tempo- il recupero dell’identità- la ribellione individuale contro lo stato sistema- il pensiero filosofico postmoderno e il cinema: Braudillard- la percezione della realtà in filosofia, nel cinema e nella letteraratura.

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STELLE( il punto di vista prevalente della critica italiana): **** buon film di fantascienza concettuale che incanterà soprattutto gli amanti degli intrecci complicati alla Nolan di “Inception”. Si apprezza l’abilità e la personalità della regia di David Jones (figlio di David Bowie).

 

VOTO/BILANCIO: 7

Criteri  soggettivi di valutazione

 Voci: 1-originalità di situazioni e visione del mondo: 6

         2-  stile di regia: 8

         3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 8

Per trama, trailer, galleria di immagini, scheda tecnica e galleria di opinionisti competenti:  www.filmtv.it

 

 


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L'ALTRA VERITA': IL MERCENARIO INNAMORATO
post pubblicato in CINEMA ED ETICA, il 1 maggio 2011

<i>L'altra verità</i>

                                                                                          Nel lontano passato di Fergus ( Mark Womack) c’è una gita in traghetto, un’aula scolastica disertata, una bottiglia di vino scadente, e un’amicizia virile assoluta con Frankie ( John Bishop): entrambi guardano l’orizzonte e forse promettono a se stessi un futuro avventuroso da eroi guerrieri di un antico poema epico. Il film  di Ken Loach –in italiano “L’altra verità”- il domani di Frankie e Fergus lo sintetizza tutto nel titolo: “Ruote Irish”, la strada che collega Baghad con il suo aeroporto, la più pericolosa del mondo. Nel destino dei due giovani di Liverpool non c’è altro: un sistema iniquo basato sulla forza del denaro, stabilendo una tariffa per il coraggio,  lo degrada a merce  e gli audaci campioni diventano  contractor ossia mercenari al servizio del  business d’Occidente gravitante attorno alle guerre in Medio Oriente.  

 La filmografia di Ken il rosso e del suo fedele sceneggiatore, Laverty,   ha già rappresentato ne “E’ un mondo libero” il  conflitto fra l’innocenza dell’anima proletaria e il demone corruttore del capitalismo selvaggio e la dolorosa resa della prima al secondo: una lealtà solidale spinge le vittime sconfitte a un’inaspettata ribellione  che non ha altri mezzi per realizzarsi se non la violenza. “L’altra verità” racconta una storia analoga di perdizione e riscatto negato: i due soldati di ventura, pagati 10.000 sterline al mese, sono complici in Iraq dello spietato massacro di civili, donne e bambini, eppure sopravvive in loro un barlume di integrità morale; Frankie è stato ucciso nelle Route Irish, la versione ufficiale non convince Fergus, che per restituire all’amico l’onore della verità  fruga nel marcio  e decide infine di vendicarlo.   

La pellicola sceglie però per protagonista un personaggio le cui complesse dinamiche psicologiche sacrifica  in parte al rimo veloce del film d’azione/ denuncia e in parte alla schematismo ideologico: Fergus  finisce così con l’essere il prodotto esemplare di  un meccanismo sociale che  figlia cani rabbiosi pronti a uccidersi a vicenda e  a farsi giustizia da soli  con sangue e torture.  Dietro la funzione paradigmatica di testimone d’accusa si affacciano timidamente le luci e le ombra di un uomo smarrito ed innamorato del compagno d’ideali e di sogni traditi; c’è una donna ( Andrea Lowe) lasciata in disparte e  c’è  l’ultimo viaggio in traghetto per Fergus. “Vado da Frank” sussurra  a un cellulare muto, Rambo diventa Achille e il “revenge movie” ridiventa poema epico.

 

 

CUORE: la frase “ meglio abbatterlo un cane rabbioso prima che uccida qualcun altro”

 

FATE CASO A: il film può anche essere letto come una storia d’amore fra Frankie e Fergus: l’amore vince tutto diceva Virgilio ed è magari il movente del rabbioso Frankie

 

PER UN CONFRONTO: uno qualsiasi dei tanti film che hanno raccontato magistralmente la guerra in Iraq, ma il confronto più interessante ci pare con “Nella valle di Elah” di Haggis. Ma ancora più interessante per lo scarto che vi si può intravedere con il poema epico, con l’”Iliade” ad esempio dove viene teorizzato il valore etico e dell’amicizia. Le società contemporanee più ipocritamente rifiutano apparentemente la guerra, ma poi la fanno per cinici calcoli economici ( il discorso è complesso e merita approfondimenti).

 Merita poi la lettura di qualche saggio approfondito sul ruolo degli interessi economici d’Occidente nelle guerre in Medio Oriente.

 

PERCORSI CULTURALI  PER CUI PUO' ESSERE UTILIZZATO: la “ guerra giusta” dal mondo antico alla società contemporanea- Il ruolo dell’economie occidentali nelle guerre in Medioriente- la sopravvivenza del poema epico nella cultura contemporanea- eroi e antieroi nella cultura e nel cinema contemporanei.

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STELLE( il punto di vista prevalente della critica italiana):***non è un film riuscito ma quasi tutti ne vedono confermato il  vigore etico del regista inglese nel denunciare gli orrori del mondo cosiddetto libero.

 

VOTO/BILANCIO: 6

Criteri  soggettivi di valutazione

 Voci: 1-originalità di situazioni e visione del mondo: 6

         2-  stile di regia: 5

         3-leggerezza, ritmo, impatto emotivo: 7

Per trama, trailer, galleria di immagini, scheda tecnica e galleria di opinionisti competenti:  www.filmtv.it

 


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